Per big dell'export e turismo il super-euro diventa un dazio

Penalizzati i gruppi più legati al dollaro e attesi meno stranieri. La "fiammata" del greggio pesa sulle bollette

Il super euro, e un petrolio che ha toccato i massimi dal 2015, sono stati i protagonisti della prima settimana del 2018. Un anno che si è aperto all'insegna dei rialzi anche sul fronte borsistico, con il Ftse Mib che ha superato quota 22700 punti. Ma quali impatti possono avere su imprese e famiglie questi trend?

Ad essere influenzati dalla moneta unica e dall'oro nero saranno soprattutto le grandi aziende, quelle del petrolio e quelle che esportano e producono all'estero. Sulle famiglie, invece, il peso sarà minore e può toccare diversi ambiti: dall'energia, ai trasporti, dal turismo, ai costi bancari. In generale l'euro forte (che tra il 2017 e il 2018 si è spinto fino a quota 1,20 sul dollaro, ultima chiusura di venerdì dopo un massimo a 1,21), come ha ribadito lo stesso presidente della Bce, Mario Draghi, è una fonte di incertezza per le sue implicazioni a medio termine sull'outlook dell'inflazione dell'Eurozona: in pratica, non favorisce un aumento dei prezzi, bensì li mantiene bassi troppo a lungo.

In questo caso, il vantaggio a breve per i consumatori si tramuta in uno svantaggio a medio e lungo termine, poiché genera un possibile danno della crescita dell'economia e dell'occupazione. Il «caro euro» tende inoltre a mantenere bassi i tassi di interesse indebolendo i profitti delle banche le quali, per rifarsi, aumentano i costi dei servizi. Qualche rincaro può dunque attendersi su questo fronte. Anche e la graduale fine del Qe porterà già qualche novità sul fronte di mutui, dove ci si attende un lieve aumento già nella seconda parte dell'anno.

L'alto tasso di cambio dell'euro non incoraggia poi l'afflusso di turisti, specie quelli provenienti dagli Stati Uniti, che potrebbero preferire mete in cui il dollaro ha più valore. Da questo punto di vista però andare in vacanza almeno per gli italiani nelle dollaro-destinazioni sarà conveniente.

Ma se a livello di sistema l'impatto sembra gestibile, a livello di singola impresa il discorso cambia. «La prospettiva di un super euro spiega Francesco Citta dell'Ufficio Studi di Copernico Sim - spaventa soprattutto le società esportatrici, la cui competitività verrebbe scalfita in caso di rafforzamento del cambio. E tutto dipende non solo da quanto si esporta in dollari, ma anche da dove si produce. Le aziende che esportano, quindi, in teoria tutto il made in Italy, saranno svantaggiate, perché le merci prezzate in euro avranno un valore più alto rispetto a quelle in dollari o in altre valute, perdendo quindi competitività». La penalizzazione sarà tanto più forte per quei prodotti i quali, più che sulla qualità, puntano sulla convenienza di prezzo.

Numeri alla mano, a livello europeo, gli analisti di Morgan Stanley hanno già calcolato che un'ulteriore crescita del 10% della moneta unica farebbe diminuire del 5-8% gli utili delle aziende dell'area euro. Per esempio, a livello di fatturato Luxottica vende il 67% della sua merce in dollari, Buzzi Unicem il 42%, Leonardo-Finmeccanica il 25 per cento. «Le società ricorda Citta - in genere sterilizzano almeno una parte delle fluttuazioni dei cambi, per cui l'effetto non è automatico, ma è chiaro che un impatto sugli utili c'è. Anche perché compensare l'impatto cambi costa e potrebbe non risultare conveniente».

Quanto al petrolio, venerdì ha ritracciato dopo aver raggiunto livelli che non vedeva dal 2015 spinto dalle tensioni in Iran, terzo maggiore produttore di petrolio dell'Opec . Il Wti ha chiuso a 61,6 dollari al barile dopo aver segnato un picco a 62,21 dollari che corrisponde a un massimo da maggio 2015. E il Brent ha chiuso a 67,7 dollari dopo il record, sempre da maggio 2015, toccato a 68,27 dollari. A beneficiarne direttamente sono le società petrolifere, da Saipem a Eni, da Trevi a Saras, ma è bene chiarire che questo rally, secondo gli analisti non è destinato a continuare: «Si prevede una fase di consolidamento per cui non si dovrebbe andare oltre i valori visti in questa settimana», spiega Citta ricordando che questo «dovrebbe attenuare i prezzi alla pompa che sono già risaliti, ma solo di pochi centesimi«. La benzina al servito si aggira su 1,6 euro/litro e il diesel intorno a 1,540 euro/litro.

Questo mette al sicuro trasporti e viaggi aerei che non dovrebbero ritoccare all'insù le tariffe. Discorso che vale anche per l'energia, i cui rincari 2018 sono già realtà e non derivano dall'incremento del petrolio, ma da alcuni fattori terzi: l'aumento della domanda, gli sgravi agli energivori, fattori climatici (poca pioggia e poco vento) e fattori di sistema (nucleare francese e dispacciamento).