Boccia-Vacchi, caccia all'ultimo voto

Presentati i programmi: più renziano e politico il primo. Autocritica e stile-Federmeccanica per il secondo

Segnali di pace tra i due contendenti per la presidenza di Confidustria, Alberto Vacchi e Vincenzo Boccia. Sugellati ieri pubblicamente da un abbraccione al loro contemporaneo arrivo in Viale dell'Astronomia per presentare al consiglio generale il programma elettorale in vista della votazione della prossima riunione, il 31. Boccia ha definito il clima «ottimo, di grande stima e fair play» con Vacchi; che a sua volta ha parlato di un confronto «positivo» in « quello che si paventava essere una potenziale contrapposizione» che non si è rivelata tale.

Ma dietro le quinte, pace e fairplay lasciano sempre più il passo a guerriglia pura, nella quale sono impegnati i molti «comunicatori» schierati con l'uno o con l'altro. Perché sarà sicuramente vero che l'esito finale sarà «per il bene di Confindustria», come ha detto Vacchi». Ma è altrettanto indiscutibile che alle spalle dei due imprenditori si gioca una battaglia di potere che vede schierati grandi nomi - come Montezemolo per Vacchi e Marcegaglia per Boccia - a cui corrispondono progetti diversi non tanto per l'associazione, quanto più per partite collaterali come quelle della futura guida del gruppo Sole 24 Ore, dell'ufficio studi Confindustria o dell'Università Luiss.

Per questo ogni possibile accenno all'andamento della tenzone suscita reazioni di ogni tipo. Non a caso ieri i tre saggi (hanno Adolfo Guzzini, Giorgio Marsiaj e Luca Moschini) hanno sottolineato di non aver mai rilasciato dati sul consenso (teorico) registrato dai due candidati nel corso delle loro audizioni. Dati raccolti dal Giornale che vedono Vacchi in vantaggio sui voti assembleari e Boccia davanti in quelli consiliari.

Questi ultimi sono quelli decisivi: vincerà chi otterrà la maggioranza più uno dei votanti in consiglio (198). E su questo la guerriglia di numeri in circolazione è ormai senza esclusione di colpi. La realtà, - confermata da fonti confindustriali autorevoli, non riconducibili a nessuno dei due estremi, e che discende da un'analisi ragionata delle dichiarazioni di voto pubbliche, è che il vantaggio di Boccia esiste, ma è esiguo e parziale, nel senso che ci sono 40-50 voti ancora in libertà: saranno questi a decidere la battaglia che, da ora e per i prossimi 15 giorni, sarà un testa a testa. Molto simile a quella di 4 anni fa tra Alberto Bombassei e Giorgio Squinzi, decisa al fotofinish con un esito di 93 a 82: con soli 6 voti da una parte all'altra l'esito sarebbe stato opposto.

La differenza, questa volta, è che Boccia e Vacchi sono molto più diversi tra loro di quanto non fossero i due industrialoni del nord nel 2012: più«confindustriale» Boccia, con esperienze nelle organizzazioni dei piccoli e dei giovani, patron di un'azienda grafica di Salerno da 45 milioni di fatturato; più «metalmeccanico» Vacchi, al vertice di un gruppo internazionale delle macchine automatiche, Ima, da un miliardo di fatturato.

Nei programmi, Boccia conferma la vena «politica», lodando il Jobs Act e il pragmatismo di Renzi: «Bisogna sostenerlo e stimolarlo», ma «se rallenterà la spinta, sentirà il nostro disaccordo». Vacchi invece fa autocritica sul sistema Confindustria «invecchiato» anch'esso in un «Paese stordito», ma ora «non possiamo più nasconderci». Nessun cenno al governo, ma un esplicito richiamo al modello Federmeccanica per «non subire veti, né temere l'impopolarità e conservare l'esistente».