Borse al bivio della «stangata» Usa

La Fed è spaccata in due sul rialzo dei tassi, ma gli analisti prevedono lo status quo fino a dicembre. L'allarme Cina

Meno quattro giorni alla decisione della Federal Reserve, che giovedì deve dichiarare alle Borse mondiali se intende o meno tirare subito la leva dei tassi di interesse. Una variabile cardine per i grandi investitori internazionali, che questa estate hanno già dovuto digerire i ripetuti cedimenti del miracolo cinese, la svalutazione del renminbi e hanno visto sventare di un soffio l'ecatombe di Atene: la Grecia, alle prese con gli strigenti impegni imposti dalla troika in cambio del salvataggio, domenica prossima va al voto anticipato.

All'interno della Fed la situazione è tesa e il suo vertice spaccato in due: da un lato i «falchi» del rialzo, catalizzati da un'economia americana che funziona; dall'altro le «colombe» spaventate dai focali di crisi che stanno divampando nei Paesi emergenti. Brasile in testa, il cui debito è stato da poco degradato a «spazzatura» da S&P.

L'attuale ripresa americana deve molto all'export - nota Claudia Vacanti, direttore investimenti di Banca Generali - e quindi la maggior parte dei bookmaker è convinto che alla fine Janet Yellen convincerà la Fed a mantenere lo status quo monetario, rimandando a dicembre il riavvolgimento del nastro dei tassi (fermo dal 2006). A fine anno, così come giovedì, è infatti attesa una conferenza di Janet Yellen, a differenza della riunione «muta» in agenda a ottobre.

In Piazza Affari si prepara comunque un autunno da affrontare con l'elmetto. «Il quadro di crescita dell'economia reale sta evidenziando una situazione di resistenza, complice i segni di debolezza del sudest asiatico», prosegue Claudia Vacanti pensando a Cina, India e Malesia. La stessa Bri ha denunciato ieri un rischio crescente anche di crisi bancarie per il Dragone: gli istituti sotto la Grande muraglia hanno perso 109 miliardi di dollari di capitali nel solo primo trimestre e il deflusso continurà dopo la svalutazione del renminbi. E proprio Pechino sta correndo ai ripari con una graduale riforma «di mercato» per le sue 155mila aziende di Stato nella speranza di attrarre investimenti dall'estero: oltre a interventi sulla governance, i gruppi potranno emettere titoli e cedere quote del loro capitale. La riforma dovrebbe essere completata entro il 2020.

Quello che è ormai certo è che da soli il propulsore degli Stati Uniti e quello dell'Europa non hanno forza sufficiente per sostenere la ripresa mondiale, malgrado la benzina iniettata dalla Bce di Mario Draghi con il quantitative easing.

Con il rischio, che se ne vedano i segni già nei risultati societari di fine anno. Meglio quindi essere «molto prudenti, soprattutto nelle prossime settimane», prosegue l'esperta di Banca Generali. Anche se certo, passata la paura Fed e ristabilita la Cina, potrebbe bastare poco per spingere le Borse al tradizionale minirally di fine anno, che aiuta grandi e piccoli investitori a mettere risultati più tondi sotto l'alberto di Natale: a Piazza Affari per ritornare ai livelli pre crisi greca, mancano del resto 4-5 punti percentuali di rialzo. Uno sprint alla portata di mano, vista la buona intonazione delle ultime trimestrali.