Le Borse reggono il colpo della frenata dell’economia Usa

Mancava solo il timbro ufficiale del dipartimento al Commercio Usa. Adesso c’è: nel terzo trimestre, la crisi ha presentato agli Stati Uniti il conto sotto forma di una contrazione del Prodotto interno lordo dello 0,3%. Non è recessione conclamata, essendo necessari almeno un paio di trimestri di crescita negativa, ma l’appuntamento è solo rimandato alla fine di dicembre, quando si tireranno le somme di un anno travagliatissimo per la (ex?) locomotiva mondiale. Difficile del resto sperare, pur considerando le misure anti-crisi predisposte dall’amministrazione Bush e dai ripetuti interventi sui tassi effettuati dalla Federal Reserve, in un colpo di reni finale.
La frenata tra luglio e settembre offre comunque qualche interessante spunto di analisi, anche in prospettiva. Gli Stati Uniti non scivolavano sotto zero dai tempi degli attacchi terroristici. Il 2001 resta, per ora, l’ultimo capitolo sulla recessione scritto negli Usa. Il -0,3% del Pil è però migliore delle attese (-0,5%) per effetto del miglioramento della bilancia commerciale e a causa del modesto calo delle scorte aziendali.
Ciò può spiegare il motivo per cui i mercati finanziari, portatori spesso di un pessimismo globale, abbiano ieri tutto sommato retto il colpo. Wall Street ha anche fatto meglio (+2,1% il Dow Jones, +2,5% il Nasdaq), mentre l’Europa ha ridotto nel finale attorno all’1% i robusti rialzi messi a segno durante la mattinata sull’onda della decisione con cui la Fed, mercoledì scorso, aveva abbassato all’1% il costo del denaro. A Piazza Affari (+1,36%) si sono messe in luce le banche, in particolare Intesa (+9,41%) e Unicredit (+4,57%), le più bersagliate nei giorni scorsi dalle vendite, ma il periodo nero sta lasciando strascichi pesanti sulle blue chip. Su un totale di 72 titoli appartenenti al segmento, ben 20 (Tiscali, Rcs, Maire Technimont, Mondadori, Autostrada To-Mi, Azimut, Banca Italease, Beni Stabili, Cir, Enia, Gemina, Espresso, Ifi, Impregilo, Indesit, Iride, Italmobiliare, Pirelli& C Real Estate, Recordati, Seat Pagine Gialle) non dispongono più del requisito minimo di un miliardo di euro di capitalizzazione. Poiché Borsa Italiana procede solo in marzo e in settembre alla riconfigurazione dei vari segmenti, bisognerà aspettare la prossima primavera prima di un eventuale spostamento di questi titoli dall’area delle blue chip.
Chi non si accontenta della migliore tenuta dimostrata dall’economia Usa, mette tuttavia in evidenza qualche elemento di criticità destinato a pesare sull’andamento futuro. Il contributo offerto dal minor disavanzo commerciale verrà meno per effetto dell’apprezzamento del dollaro. Già con l’esclusione di questa voce e di quella relativa agli stock aziendali, il Pil avrebbe subìto un calo ben più consistente, pari all’1,8%, il peggiore dal 1991. Inquieta, inoltre, la caduta dei consumi (-3,1%) tra luglio e settembre, segno dell’ormai svanito effetto del pacchetto di sgravi fiscali voluto da Bush per rilanciare le spese private. Con la fiducia delle famiglie crollata in ottobre ai minimi dal 1967 e con previsioni tutt’altro che rosee sullo shopping natalizio, è quanto meno probabile un fine anno difficile. Una situazione che l’America non può permettersi, visto che i consumi rappresentano oltre il 70% del Pil.
La Casa Bianca, che ha definito «non inaspettati» i dati, tende tuttavia a minimizzare: «Anche se continuiamo ad affrontare problemi seri, gli Stati Uniti continuano a essere il posto migliore per fare affari e siamo ben posizionati per la ripresa», ha detto il portavoce di Bush, Dana Perino.
Resta da vedere se Ben Bernanke è della stessa opinione. Tagliati i tassi l’altroieri, il numero uno della Fed non esclude di rimettere mano alle leve del costo del denaro entro dicembre, anche se appare improbabile una riduzione a livello zero, sul modello adottato dal Giappone negli anni ’90. Che, comunque, non evitò al Paese un prolungato periodo di recessione.