«Bpm resti una popolare, cambieremo la governance»

Il progetto avanzato da Andrea Bonomi per trasformare la Popolare di Milano in una “Spa ibrida“ «non è utile alla banca ma ad alcuni suoi azionisti ed è funzionale a consentire a chi ha vinto le ultime elezioni di abbandonare un progetto industriale che non sta avendo successo, ricavandone un profitto». L'affondo è del leader della Fabi, Lando Maria Sileoni che due anni fa aveva combattuto al fianco della Fiba di Giuseppe Gallo per affidare Bipiemme a Matteo Arpe, poi uscito sconfitto in assemblea. Far diventare Piazza Meda una spa «con una necessità di ricapitalizzazione e un azionariato così debole e frastagliato significa farla sparire», prosegue Sileoni. Meno di 24 ore prima il j'accuse in cui Bonomi aveva definito «opaca» e «fallita» la vecchia Bpm, invitando a rottamarla e a sventare il ritorno della vecchia guardia prima asserragliata nell'ex Associazione Amici.
La spa è un'idea da migliorare o da rimettere nel cassetto? Cosa serve a Bpm?
«Il progetto va discusso a livello di sistema delle Popolari e non può essere sprecato per mascherare altri obbiettivi. In questo momento le banche spa vivono una situazione di difficoltà, anche per la debolezza dell'azionariato e al conseguente rischio di ingresso di investitori, anche di Paesi dell'Est, con grande liquidità. Le popolari si stanno rivelando un modello di stabilità e risposta al territorio eccezionali. Se manteniamo ferma l'identità della banca popolare cooperativa, la Fabi sarà disponibile a valutare altri adattamenti della governance al momento di mercato».
Ma Bonomi sostiene che in Bpm siano riemersi i potentati interni degli «Amici»
«Il blocco di potere era alleato all'attuale vertice di Bpm 18 mesi fa quando fu eletto. Con Arpe mettemmo in guardia clienti, pensionati e dipendenti per il rischio, poi concretizzatosi, che la lista appoggiata dagli Amici creasse le condizioni per tagli di personale, mettendo a rischio la stessa autonomia della banca. Così è stato. Ora si lamentano entrambi ma il problema è che, ad un anno dalla scadenza del mandato, l'unica parte del piano industriale realizzata è stato il taglio del personale e ora puntano su un progetto puramente finanziario. Crescita, razionalizzazione e organizzazione della banca sono temi ancora da implementare».
Il presidente Annunziata ha lasciato il Cds e subito dopo Bonomi ha ritirato i suoi uomini per non avere più nulla a che fare con la vecchia guardia che gli aveva affidato la banca.
«Dimostra il perdurare di una situazione di confusione nella lista che ha vinto alla scorsa assemblea.Come Fabi, siamo al fianco di qualsiasi progetto industriale che salvaguardi il patrimonio di un istituto con una delle migliori reti in Italia, nel territorio più ricco di imprese. Non permetteremo che sparisca, magari in qualche gruppo estero. Il management deve implementare le strategie di crescita e lo appoggeremo».
Quali messaggi sta inviando Bankitalia alle forze sociali?
«La Vigilanza della Banca d'Italia è una delle migliori in Europa. Chiedo che garantisca certezza delle regole, respingendo i tentativi di alterare discrezionalmente il quorum per le assemblee straordinarie definito dallo statuto Bpm; ribadendo che le variazioni delle procedure di voto sono competenza dell'assemblea straordinaria e non di quella ordinaria; esprimendosi tempestivamente sul progetto di Spa ibrida, le cui implicazioni esiziali sull'intero sistema delle popolari sono evidenti».
Che cosa accadrà ora?
«Nonostante la nostra opposizione trasparente all'ascesa di Bonomi in Bpm, abbiamo appoggiato il cambiamento della governance e sottoscritto con gli altri sindacati l'accordo di dicembre sugli esuberi nell'ambito del piano industriale per il rilancio di Bpm. Per la Fabi decisivo resta il progetto. Va riconosciuto il grande lavoro di pulizia fatto da Montani, ma contrasteremo con ogni mezzo i recenti provvedimenti disciplinari adottati contro alcuni dipendenti che riportano la Bpm indietro di 50 anni. Ai lavoratori abbiamo detto: non abbiate paura della libertà di pensiero».