Chrysler, rischio boomerang su VebaPer il fondo incubo flop in Borsa e timori di un disimpegno Fiat

Sergio Marchionne non è nuovo a sfiancare l'avversario e, alla fine, ottenere quello che vuole. A insegnarlo è l'estenuante braccio di ferro con Gm, che il 14 febbraio del 2005 sancì il divorzio con Fiat, ma con un pesantissimo assegno di 2 miliardi di dollari che Marchionne portò a Torino. Seppur sotto aspetti diversi, sembra ora ripetersi, tra Fiat e Veba, il fondo pensionistico del sindacato americano Uaw, un lungo tira e molla che potrebbe concludersi in due modi: la quotazione del 16,6% di Chrysler nel primo trimestre 2014 (soluzione favorevole a Veba); un accordo tra le parti sul prezzo della quota (41,5%), ancora in mano al fondo, che porterebbe dritto alla fusione tra Fiat e Chrysler (successo torinese).
Vediamo ora per quale ragione un'intesa tra Fiat e Veba è ancora possibile. Prima di tutto i tempi tecnici (o burocratici) che seguono la recente presentazione alla Sec, da parte di Chrysler, sotto le pressioni del secondo azionista Veba, del corposo prospetto per l'ipo: 393 pagine in cui vengono anche evidenziati i rischi operativi e industriali per il gruppo derivati da una ritardata o mancata fusione.
Passeranno almeno tre mesi di ping pong con l'Authority di Wall Street, tra precisazioni e richieste di chiarimenti, prima di pervenire all'eventuale quotazione. Se poi si contano le festività (il fine settimana del 28 novembre per il Thanks giving e il Natale subito dopo, oltre al fatto che il caso Veba-Chrysler non è l'unico di cui si deve occupare la Sec) ecco che Marchionne ha tutto il tempo per affilare le armi. È anche da considerare il fatto che Chrysler ha, dalla sua, una storia tutta particolare: i suoi bilanci sono chiari da quando è entrata nell'orbita del Lingotto. Prima, invece, quando faceva parte della galassia Daimler, con la denominazione DaimlerChrysler, i conti di Auburn Hills era annegati in quelli di Stoccarda. Poca trasparenza anche dal fondo Cerberus, subentrato dopo il divorzio con i tedeschi alla guida della casa automobilistica Usa.
Non è quindi facile, per gli analisti, dare un prezzo equo al titolo Chrysler, e anche tale prospettiva giocherebbe a favore di Fiat. E tanto più il mercato vedrà una quotazione non in linea con le pretese di Veba, tanto più Marchionne potrà puntare a chiudere la partita.
Il caso di Gm non può essere sottovalutato: il ritorno a Wall Street, dopo il salvataggio da parte della Casa Bianca, ha visto le azioni segnare 33 dollari, per poi crollare a 17 e risalire a 34, ma solo due anni dopo. Veba, infine, e lo stesso Uaw, non hanno interesse che Chrysler venga indebolita dal congelamento degli investimenti, dalla possibile cancellazione di nuove assunzioni (o peggio) e da un rallentamento della fusione. Tutto questo, infatti, avrebbe un effetto boomerang: meno assunzioni vorrà dire, a esempio, meno iscrizioni al fondo. E Veba ha bisogno di monetizzare quanto prima. E Marchionne, questo, lo sa.