La Cina dribbla i dazi: il Pil cresce del 6,4% ma non tutto luccica

Vola l'export, i cinesi spendono e investono: eppure il Paese ha ancora bisogno di stimoli

Quando c'è di mezzo la Cina, non si è mai sicuri fino a che punto la macroeconomia si incroci con la propaganda governativa. La crescita superiore a ogni attesa del Pil nel primo trimestre, un 6,4% molto vicino alla parte alta della forchetta degli obiettivi per quest'anno di Pechino (6-6,5%), sembra infatti il megafono perfetto per urlare nelle orecchie di Donald Trump che i dazi non sono poi così urticanti per il Dragone. In effetti, a una prima analisi, il sole pare tornato a splendere dopo il preoccupante rallentamento della parte finale del 2018: i cinesi spendono (+8,7% le vendite al dettaglio) facendo leva su una disoccupazione in calo (al 5,2%); gli investimenti in capitale fisso galoppano (+6,3%); e la produzione industriale (+8,5%) viaggia ai ritmi più elevati degli ultimi quattro anni. Ma, soprattutto, la guerra tariffaria con l'America non ha impedito alle esportazioni, balzate in marzo del 14,2% su base annua, di cancellare la grave contrazione accusata in febbraio.

Insomma, le misure di stimolo messe in campo lo scorso anno qualche frutto lo stanno dando. Lo sforzo non è stato peraltro leggero: Pechino ha ridotto le tasse per 1.300 miliardi di yuan (192 miliardi di dollari) e ha consentito ai governi locali di emettere 1,35 miliardi di yuan in obbligazioni per finanziare progetti-chiave. Nella convinzione che l'economia andrà sostenuta anche nel 2019, il premier Li ha già annunciato tagli di tasse per un valore di circa 2mila miliardi di yuan (oltre 289 miliardi di dollari). In particolare, verrà alleggerita, dal 16 al 13%, l'aliquota sul settore manifatturiero, mentre altri provvedimenti saranno tesi a tutelare il potere d'acquisto delle famiglie allo scopo di incoraggiare l'acquisto di nuove automobili e di elettrodomestici eco-compatibili e di promuovere il turismo. Nonostante la Cina sia ancora vista come un Paese basato essenzialmente sull'export, le spese private contribuiscono per il 76,2% alla crescita del Pil. Il presidente Xi Jinping potrebbe inoltre annunciare una nuova versione della politica di «riforma e apertura» in risposta alle domande degli Usa sul fronte commerciale e alle esigenze di crescita del Paese.

I numeri esibiti nel primo trimestre, se affiancati a un deficit che nel 2019 dovrebbe aumentare a 2,76 miliardi di yuan (circa il 2,8% del Pil), rischiano però di avere qualche ripercussione interna. La People's Bank of China potrebbe infatti assumere un atteggiamento più da falco. Le dichiarazioni di martedì scorso della banca centrale vanno proprio in questa direzione, dal momento che viene giudicata appropriata una politica monetaria «moderatamente stretta». La conseguenza è che ieri la Pboc ha iniettato nel mercato molta meno liquidità del previsto. Una strozzatura al credito potrebbe frenare le imprese, ma anche le famiglie. Le conseguenze sui consumi sarebbero immediate, con ripercussione sulle aziende internazionali il cui giro d'affari dipende in larga misura dal gigante asiatico.

Alla fine, sull'andamento dei primi tre mesi getta tuttavia un'ombra la contrazione pari all'1% del consumo totale di energia. Una flessione che mal s'accorda con una crescita del 6,4% e che pone l'interrogativo sulla veridicità dei dati cinesi.