Coi Pir il risparmio va oltre la Borsa

I Piani Individuali di Risparmio (PIR), lanciati con l'ultima legge di stabilità, sembrano rappresentare un'opportunità straordinaria per legare parte dei risparmi italiani al mondo dell'economia reale. Ma perché gli italiani dovrebbero sceglierli e sottoscriverli? Il primo input potrebbe e dovrebbe essere quello patriottico: investire sulle aziende italiane. Non credo che basti, però. Il ministero delle Finanze ha deciso di agevolare le scelte dei risparmiatori togliendo il 26% di tassazione delle plusvalenze maturate ed eliminando l'imposta di successione. Può bastare? Non credo. Il 26% di zero, nel caso non ci fosse rendimento, sarebbe sempre zero. Il primo traino per la scelta dei risparmiatori sta nell'individuare l'eventuale forza potenziale del mercato in cui si va ad investire E allora cerchiamo di capire cosa rappresenta davvero questo mercato. Il 30% del portafoglio è libero, starà quindi al gestore scegliere come orientare la diversificazione, per il 70% restante, invece, le scelte dovranno esclusivamente puntare su aziende italiane, non inserite all'interno del Ftse Mib. Queste aziende rappresentano il vero tessuto industriale del Paese, lo sostengono davvero, detengono quasi l'80% della forza lavoro non statale. Inoltre gli indici che le rappresentano, negli ultimi cinque anni, hanno avuto performance migliori, ed anche di molto, rispetto a quello delle prime 40. Attenzione. Questo non è garanzia di egual risultato per il futuro, tuttavia è l'indicatore che una maggiore diversificazione permette di essere meno ancorati ai risultati di un unico settore. Senza contare che potrebbe consentire a parte di quei 1.270 miliardi di risparmi, detenuti senza remunerazione sui conti correnti, di guardare al futuro con una miglior prospettiva di crescita. E se a questo mercato già sano arrivassero davvero i 16-20 miliardi dai PIR, cosa potrà realizzare e costruire?

Di questo si parlerà nel corso della trasmissione «Mercati che Fare» in onda sabato alle 20.30 su TgCom24.