il commento 2

Adesso, cominciano a preoccuparsi perfino quelli del «tanto c'è Draghi». Di fronte al lievitare degli spread e al rigurgito rialzista dei tassi, che rischia di rendere acqua fresca gli anabolizzanti del quantitative easing, c'è qualche fronte corrugata in più di fronte all'estenuante melina sulla Grecia. Soprattutto dopo aver scoperto, d'improvviso, che Unione europea e Fondo monetario non indossano la stessa maglia. Uno gioca contro l'altro. E la palla è avvelenata. Tsipras e Varoufakis ringraziano per l'assist: ora hanno altro spazio per negoziare condizioni meno castranti sulle riforme, in particolare su pensioni e mercato del lavoro, e giustificare con l'alto tasso di litigiosità delle controparti l'impossibilità di raggiungere un accordo. In realtà, dall'intesa preliminare dello scorso febbraio, non un solo passo è stato fatto per chiudere il dossier greco. Con colpa di tutti gli interpreti. Siamo così alle porte dell'ennesimo vertice dell'Eurogruppo, che già si preannuncia inconcludente, mentre i mercati mostrano sempre più palpabili segni di nervosismo. Se è vero che le probabilità di un'uscita di Atene dall'euro sono attorno al 40% e che i rischi di un contagio sono inferiori rispetto a quelli corsi all'acme della crisi del debito sovrano, il messaggio che arriva dai mercati è che non c'è più tempo da perdere. È il tempo di coagulare attorno a una soluzione (anche di compromesso) la volontà dei greci di lasciarsi alle spalle i disastri socio-economici prodotti dall'austerity e quella dei creditori di stabilizzare la situazione, senza concedere altri haircut sul debito. Insomma: per evitare l'autogol dell'intera eurozona, basta con la melina.