Conti in rosso, Unicredit all'aumento

La pulizia costa 11,8 miliardi di passivo. Bce: piano-sofferenze entro fine mese

Il fischio d'inizio sul mercato è atteso per lunedì prossimo 6 febbraio ma il riscaldamento a bordo campo per l'aumento di capitale di Unicredit da 13 miliardi è cominciato ieri con la pubblicazione del «documento di registrazione». Una sorta di lista di avvertenze per gli investitori è stata depositata alla Consob cui seguiranno nei prossimi giorni una nota informativa e una di sintesi con i dettagli tecnici, a cominciare dal prezzo. Il documento mette in evidenza tutta una serie di rischi a cui la banca andrebbe incontro nel caso di scenario peggiore ovvero se la ricapitalizzazione fallisse o riuscisse solo parzialmente, «fino a compromettere la sussistenza dei presupposti per la continuità aziendale». Senza l'aumento, la banca «potrebbe altresì subire degli interventi, anche invasivi, da parte delle Autorità di Vigilanza». Compresa l'applicazione degli strumenti di risoluzione previsti dal decreto che ha introdotto in Italia il meccanismo di bail in. Segno che l'aumento di capitale è indispensabile per Unicredit, anche se l'ad Jean Pierre Mustier ha deciso di mettere in campo una massiccia operazione di «pulizia» per non rischiare di bussare nuovamente al mercato nei prossimi anni. Tanto che il 2016 si chiuderà con quasi 12 miliardi di perdite, solo un miliardo in meno dell'aumento in rampa di lancio.

Tra gli spalti della Borsa si segue la partita con attenzione: il titolo ieri ha perso il 5,4% a 26,2 euro, complice una giornata nera per il FtseMib (-2,9%). Nelle sale operative si fa inoltre notare che l'aumento dovrebbe avere uno sconto del 30-40% sul Terp (il prezzo teorico dell'azione dopo lo stacco del diritto) quindi le quotazioni si stanno allineando a questa ipotesi. Il passo dei vertici di piazza Gae Aulenti è comunque accelerato tanto che un cda straordinario già ieri ha esaminato in via preliminare le stime dei risultati 2016 allo scopo di integrare il prospetto previsto a giorni (e una nuova riunione è attesa entro la settimana, probabilmente domani, per fissare prezzo e termini dell'operazione). Il gruppo guidato da Jean Pierre Mustier ha preso in considerazione un nuovo pacchetto di svalutazioni una tantum pari a circa un miliardo da contabilizzare nel 2016 (in aggiunta ai 12,2 miliardi già comunicati lo scorso 13 dicembre) e derivanti anche dalla maggiore svalutazione della quota nel fondo Atlante e dai contributi straordinari al Fondo di Risoluzione Nazionale. In conseguenza a queste poste non ricorrenti, Unicredit prevede di chiudere il 2016 con una perdita di circa 11,8 miliardi.

Dal documento pubblicato ieri emerge infine che l'istituto è finito più volte nell'ultimo anno sotto la lente della Bce con sette ispezioni. In particolare, Francoforte chiede di presentare entro il 28 febbraio un piano operativo sui crediti deteriorati. Mustier ha comunque già siglato due accordi, uno con Fortress e l'altro con Pimco, per la cessione di 17,7 miliardi di sofferenze.

La Vigilanza tiene accesi i riflettori anche sul Cet1, ovvero il principale indice di solidità patrimoniale, che alla fine del 2016 dovrebbe essere sceso all'8% e quindi due punti percentuali in meno rispetto alla soglia minima del 10% indicata dalla Bce. Colpa, sottolinea l'istituto, dello sfasamento temporale tra gli impatti negativi attesi derivanti dal piano strategico e l'arrivo di risorse fresche nelle casse del gruppo con l'aumento e la cessione di asset. Il deficit sarà colmato dopo la ricapitalizzazione che dovrebbe concludersi prima del 10 marzo, assicura la banca confermando l'obiettivo di avere nel 2019 un Cet1 al di sopra del 12,5 per cento. Fino al ripristino dei requisiti patrimoniali non rispettati, però, il gruppo non potrà distribuire dividendi ai soci e pagare le cedole degli strumenti «Additional tier 1».