Credito, Europa a rischio derivati

L’esposizione media supera il patrimonio netto. Barclays prima nel mondo per attivo, italiane in recupero

da Milano

Le banche italiane proseguono nel recupero di efficienza e seguono la generale crescita dimensionale degli istituti di tutto il mondo, realizzata negli ultimi anni con maxi acquisizioni, ma restano ancora indietro rispetto a quelle europee e americane per dimensioni e redditività, tasso di internazionalizzazione mentre sono più allineate sul fronte della riduzione dei costi. L’analisi arriva dall’indagine sulle maggiori banche internazionali stilata da R&S di Mediobanca sui conti aggiornati al 2006. Secondo lo studio dell’istituto guidato da Gabriele Galateri di Genola, la tendenza generale di crescita prosegue: nel 2006 si sono verificate 4 nuove maxi fusioni di cui 2 negli Stati Uniti e 2 in Europa (tra esse Intesa-Sanpaolo). A fine 2005 (ma i dati sono tuttora validi) la banca più ricca del mondo era la britannica Barclays con un attivo di bilancio di 1.349 miliardi di euro, negli Stati Uniti Citigroup (1.266 miliardi) e in Giappone Mitsubishi (1.340 miliardi). Ancora indietro le italiane: Unicredit, quattordicesima in Europa, si ferma a 787 miliardi mentre Intesa-SanPaolo arriva a 577 miliardi. Le banche europee sono anche le più esposte sui contratti derivati, sia come importo sia come rischio. Tra il 2000 e il 2005 - sottolinea lo studio - il valore nominale dei contratti è salito di 2,7 volte in Europa, di 2,2 negli Usa e di 1,7 in Giappone. Nel 2005 il rischio per le banche europee si è attestato in media al 126,6% del capitale netto, in crescita da 122,7% nel 2004 e 100% nel 2000. Negli stessi anni questa percentuale in Giappone e Stati Uniti è scesa, arrivando nel 2005 rispettivamente a 27,6% e 24,6%. I grandi gruppi dominano i rispettivi mercati. Il peso dei primi cinque gruppi Usa è salito negli ultimi 7 anni dal 54 al 74% del mercato e in Europa dal 23 al 29%, percentuale che sale molto in alcuni Paesi. Il predominio provoca problemi con l’Antitrust e «impone» la crescita all’estero e l’internazionalizzazione, aspetto in cui le banche italiane sono ancora deficitarie. La distanza dell’Italia con l’Europa resta anche in termini di ricavi operativi. Dal 1998 le maggiori banche europee li hanno quasi raddoppiati mentre le italiane hanno visto una salita di circa il 55%. Per quanto riguarda la percentuale di utili netti sui ricavi è pari al 27,6% in Europa mentre per le italiane, anche a seguito dell’effetto Hvb, acquisita da Unicredit (l’istituto tedesco era al 6%), è sceso dal 25,3 del 2005 al 23,7% del 2006. Il ritorno sul capitale (Roe) delle 11 maggiori banche è così al 15,5%, dietro la media europea del 18,3% e quella Usa del 18,1% ma superiore al Giappone (10,9%). In generale, secondo l’indagine, con la dimensione crescono anche i profitti se non si tiene conto dell’eccezione tedesca caratterizzata da bassa redditività. Le italiane sono invece sostanzialmente allineate all’Europa sui costi. Nel 2006 la percentuale dei costi sul totale dei ricavi per le principali banche italiane è del 60,1% contro il 58,7 delle big europee.