Democratici spaccati sulla riforma delle popolari

RomaMaggioranza, in particolare il Pd, a dura prova sulle banche popolari. Oggi il decreto arriva in Aula alla Camera. Sono giorni che l'esecutivo cerca un compromesso con i tanti nella coalizione di centrosinistra che non vogliono la trasformazione delle banche popolari in Spa.

Ieri sera l'esecutivo ha fatto la sua proposta. In teoria, avrebbe dovuto tenere conto dei vari emendamenti all'investment compact presentati alle commissioni Finanze e Attività produttive della Camera, ma le cose sono andate in un'altra direzione. In sintesi, il governo ha stabilito che negli statuti delle popolari si possa inserire un limite al diritto di voto di assemblea al 5% del capitale. Emendamento approvato ieri sera, tra tanti mal di pancia e votazioni in ordine sparso.

Tutti i gruppi hanno presentato proposte per abrogare la riforma. La sinistra Pd si è smarcata dall'esecutivo, votando proprie proposte e astenendosi su molte del governo. In Commissione, sintetizzavano deputati di maggioranza, «è andato in scena un congresso del Partito democratico».

Contro Renzi, l'ex viceministro dell'Economia, Stefano Fassina. «È un'apertura debole, noi voteremo i nostri emendamenti», ha annunciato il deputato della sinistra Pd. Il presidente della commissione Bilancio, Francesco Boccia, altro esponente Pd di peso, ha chiesto al governo di chiarire. «Se non mi si risponde come temo - ha avvertito - ho il dovere di chiedere un'indagine conoscitiva sul perché la riforma tocchi solo dieci banche e non quindici, o meno». Chiara l'allusione di Boccia: la riforma è studiata per includere alcune banche ed escluderne altre e la commissione, al momento opportuno, se ne occuperà.

Tensione altissima, tanto che in serata Pippo Civati ha cercato di stemperare i toni: «Il nostro intento non era quello di affossare la riforma ma di evitare errori e leggerezze». A creare disagio nel Pd il fatto che il governo ha bocciato la proposta di Fassina, che in principio sembrava non dispiacere nemmeno al premier Matteo Renzi. Consisteva nell'aumentare la soglia oltre la quale le banche diventano Spa da 8 miliardi di attivi (i prestiti) a 30 miliardi. In sostanza, solo le più grandi sarebbero diventate Spa. La nuova versione non scioglie questo nodo e rende anche le piccole scalabili. Anche il 5% «è sufficiente per controllare una banca con azionariato diffuso», ha spiegato Giovanni Paglia, deputato Sel.