Draghi silura Weidmann: "Il bazooka non si tocca"

Non ci sono prove di surriscaldamento dei prezzi. Sull'inflazione pesa la bassa crescita dei salari

Giù le mani dal quantitative easing. Neppure un doppio giro di lancette d'orologio, e Mario Draghi timbra la replica e la spedisce a Jens Weidmann, che mercoledì scorso aveva sollecitato la totale rottamazione del piano di acquisti della Bce entro un anno. «Non abbiamo ancora prove sufficienti che ci permettano di cambiare la nostra valutazione dell'outlook d'inflazione, che dipende ancora da un livello molto elevato di accomodamento monetario - ha spiegato ieri il presidente dell'Eurotower - . Quindi, una rivalutazione del nostro orientamento di politica monetaria non sarebbe, al momento, adeguato». Chiarissimo: non è ancora il momento di intavolare discussioni sul tapering, nè di indicare quando suonare la ritirata dalle misure monetarie non convenzionali.

Draghi appare insomma risoluto a portare a termine fino alla naturale scadenza di fine anno il programma che prevede, dal 1° aprile, una riduzione da 80 a 60 miliardi dello shopping mensile di bond sovrani. Vorrebbe che il percorso avvenisse senza intralci, ma non sarà così. Il derby all'interno del board della banca centrale si gioca ancora tra colombe e falchi, tra due visioni differenti e distanti di concepire i meccanismi e le variabili che giustificano il mantenimento del Qe. Per Draghi, prima di andare a toccare tassi di interesse, acquisto di titoli e la forward guidance, è necessario che l'inflazione non sia solo temporaneamente prossima al target della Bce, ma che sappia reggere quei livelli anche dopo la rimozione degli stimoli. I valori correnti non lo convincono ancora: se da una parte i prezzi dell'energia restituiscono un'immagine deformata dell'andamento generale del carovita, dall'altra c'è anche da considerare «la pressione debole sui prezzi interni, in parte motivata dalla bassa crescita dei salari». La reflazione passa quindi anche da buste paga più pesanti.

Weidmann è di diverso avviso. Il capo della Bundesbank è tornato ieri alla carica, dichiarando di considerare «legittimo» discutere sulla normalizzazione della politica monetaria. Lui vede una ripresa «in avanzamento e del tutto robusta», così come «un aumento delle pressioni inflazionistiche». Occhiali rosa. Che sostituisce però subito con lenti nere non appena ricorda il peso sulla profittabilità delle banche causato dai tassi appiattiti e l'uso maldestro dei 1.000 miliardi di interessi in meno pagati grazie agli allentamenti monetari. «Questi risparmi non sono stati utilizzati per ridurre il debito pubblico, ancora alto», ma spesso per «aumentare ulteriormente la spesa». Infine, l'accusa a Draghi di voler favorire i Paesi più indebitati, tra cui ovviamente l'Italia: «La Bce non dovrebbe ritardare la stretta sulla politica monetaria in considerazione del possibile impatto sulla spesa per interessi di alcuni Stati membri o della sostenibilità delle loro finanze pubbliche».

Commenti

Libertà75

Ven, 07/04/2017 - 11:08

a parte che tra i 1000 miliardi di interessi risparmiati, la Gemania ha una quota pari a quella italiana e non mi sembra di aver visto il debito tedesco sparire dalla sera alla mattina... ma aldilà di pedissequali amenità prone a tirare acqua al solo mulino tedesco, bisogna anche dire la verità... I risparmi in Italia son serviti a contenere il rapporto debito/pil al 2,4% e a contenere l'espansione dell'imposizione fiscale... Non è che si può smettere di mangiare per pagare i debiti perché una volta morti non si paga più!