Ecco perché la Fed non può alzare i tassi

Le aziende Usa hanno troppi debiti: in cinque anni cresciuti di 2.000 miliardi

Rodolfo Parietti

Ancora una settimana a sfogliare una margherita piena di spine. Questione sempre più pungente, quella legata al rialzo dei tassi americani. Mercoledì prossimo, la Federal Reserve dovrà trovare le parole giuste per motivare lo scontato rinvio della stretta, evitando dichiarazioni depistanti e chiarendo il più possibile lo scenario economico dentro il quale si muove l'America. Superata la boa di metà anno senza cambiare la rotta della politica monetaria, a Janet Yellen restano meno di sei mesi per agire, se si considerano la pausa di agosto e l'appuntamento di novembre con le elezioni presidenziali. Anche luglio potrebbe essere una tappa troppo ravvicinata per poter dare il primo giro di vite dell'anno al costo del denaro.

L'impressione, infatti, è che la Fed, negli ultimi mesi, abbia mascherato il reale stato di salute dell'economia Usa. Tinte troppo rosa non si addicono per un Paese che, a guardare dallo stato critico della manifattura alla precarietà sempre più diffusa, non sembra in perfetta forma. Pronunciare la parola «recessione» ad Eccles Building è come evocare il diavolo in sacrestia, ma secondo JP Morgan ci sono un 36% di probabilità che ciò accada. Deutsche Bank si spinge oltre: nella seconda metà dell'anno, il Pil americano finirà sotto la linea di galleggiamento.

È vero che l'iper-attivismo delle banche centrali pare aver scardinato tutte le teorie sui cicli economici, ma quello corrente è il quarto più lungo periodo di espansione in America dal secondo dopoguerra. Da questo punto di vista, il pessimo dato sull'occupazione in maggio non rassicura: potrebbe essere il preludio a un calo dei consumi, peraltro già in rallentamento (la crescita è passata dal 3,6% del quarto trimestre 2014 al 2,6% del primo quarter 2016), in una fase in cui le aziende sembrano ormai essersi lasciate dietro le spalle il picco dei margini di profitto toccato tra il luglio e il settembre 2014 (18.403 dollari per lavoratore, contro gli attuali 15.615). Un'erosione non priva di conseguenze: un blocco delle assunzioni o, peggio, un aumento dei licenziamenti non è da escludere. Sarà quindi interessante vedere se anche in giugno il mercato del lavoro continuerà ad avere un passo da infartuato.

In ogni caso, non va perso di vista il punto centrale: il peggioramento dell'economia sta avvenendo mentre la Corporate America è appesantita da un'esposizione debitoria non solo salita di 2mila miliardi nel giro di cinque anni, ma che oggi equivale a circa il 45% del Pil Usa. Un motivo più che valido per rinviare a la stretta: per molte imprese potrebbe essere letale.