Ecco perché le mosse degli spagnoli per il controllo sono finite sotto la lente di Consob e pm

Tutto rinviato ad aprile. Nell'attesa che il cda di Telecom Italia torni al centro dell'attenzione, questa volta per il rinnovo, può essere interessante tornare all'inizio di questi tre mesi bollenti che hanno sconvolto la governance del colosso tlc. In tre mesi sono venuti al pettine tutti i nodi relativi al potenziale conflitto di interesse di Telefonica, primo azionista di Telecom (già dal 2007 però) e suo principale concorrente in Sud America, conflitti per sei anni passati nel silenzio o quasi (la cessione della tedesca Hansenet allo stesso colosso spagnolo risale al 2009). In tre mesi il vertice del gruppo è stato messo sotto accusa e la società è finita nel mirino della Procura di Roma, della Consob e perfino della Guardia di finanza, in una guerra di esposti e accertamenti su cui non è ancora calata la parola fine. E se il cda ieri è stato «assolto» dall'assemblea degli azionisti, per il gruppo lo slalom tra fascicoli e faldoni è solo all'inizio: il sospetto di patti occulti per favorire Telefonica aggirando i controlli delle autorità è tutt'altro che svanito.
L'equilibrio è stato scosso lo scorso 24 settembre, quando Telefonica, con un aumento di capitale riservato, è salita dal 46,2 al 66% di Telco, il veicolo a cui fa capo il 22,4% del gruppo tlc e partecipato anche da Intesa Sanpaolo, Mediobanca e Generali. L'accordo stretto tra i soci italiani e il gruppo iberico prevede, poi, ulteriori tappe della scalata di Telefonica a Telco, giusto il tempo, per il colosso spagnolo, di ottenere i necessari via libera all'operazione da parte delle Authority di tutti i Paesi coinvolti. Il gruppo guidato da César Alierta si è mosso con una certa circospezione, mantenendosi comunque un passo indietro nella governance (la scalata a Telco, a esempio, è avvenuta sottoscrivendo titoli privi di diritto di voto, convertibili dal prossimo 1° gennaio) di Telco e Telecom.
Ma tutto questo è apparso come una pura formalità. E infatti si è scatenato l'inferno. Improvvisamente il Paese si è accorto della presenza, ingombrante, di Telefonica. Complice il mancato aumento di aumento di capitale necessario a riportare il rating di Telecom a investment grade e la contestuale scarsa tempestività di due operazioni, tutti i potenziali conflitti di interessi sono venuti improvvisamente allo scoperto. Oggetto di contestazione è stata prima di tutto la vendita di Telecom Argentina avvenuta a valori inferiori a quelli di mercato (a 720 milioni, rispetto al miliardo riconosciuto dalla Borsa) e che per di più ha avuto come conseguenza il peggioramento del rapporto debito/ebitda (per Equita, è salito a 2,7 dal precedente 2,5). Inoltre sono state contestate le modalità con cui è avvenuta l'emissione di un bond convertendo da 1,3 miliardi e prevalentemente sottoscritto da Blackrock (che, comprendendo le obbligazioni, supera il 10% del capitale quattro volte tanto rispetto a settembre) e Telefonica (che pure non avrebbe potuto essendo azionista di Telecom solo indirettamente). Le due operazioni hanno portato Marco Fossati, azionista al 5% del capitale, a chiedere l'assemblea per la revoca del vertice sulla supposta mancata indipendenza del cda, dominato più dagli interessi di Telefonica che da quelli degli azionisti. Se ne riparlerà ad aprile.