Effetto-Draghi svanito: Borse in tilt

L'America crea solo 173mila posti di lavoro: mercati sempre più confusi su cosa farà la Fed coi tassi

Dal rally alla caduta: si è dissolto subito sui mercati l'effetto balsamico provocato giovedì scorso dalle parole con cui il presidente della Bce, Mario Draghi, ha aperto a un allargamento e a un'estensione temporale del piano di quantitative easing. Come un pendolo, le preoccupazioni legate alla frenata dell'economia cinese e ai rischi di contagio globale hanno finito ieri per prevalere ancora, anche se sui forti ribassi, costati all'Europa 181 miliardi di euro di capitalizzazione (Milano ha perso il 3,18%, Francoforte il 2,71%, Londra il 2,44%), potrebbero aver pesato i realizzi.

Ma un motivo di inquietudine è dato dal fatto che la nuova bufera, arrivata fino a Wall Street (-1,8% alle 20 ora italiana) si è scatenata nonostante la Borsa di Shangai fosse chiusa per il secondo giorno consecutivo per festeggiare la vittoria cinese sul Giappone nella Seconda guerra mondiale. L'altro elemento preoccupante riguarda Piazza Affari e in particolare il crollo del settore del credito, che ha ceduto il 4,52% in una giornata senza tensioni sui titoli di Stato (spread-Btp a 121 punti) e in cui, anzi, il decennale ha segnato un leggero calo dei rendimenti. Il quadro complessivo dimostra insomma una fragilità che è anche legata all'attesa su come si muoverà la Federal Reserve nella riunione del 16 settembre. L'appuntamento è delicatissimo: la presidente Janet Yellen e il board dei governatori della banca centrale Usa dovranno decidere se alzare o meno i tassi, fermi dal 2008. Alla luce della frenata dell'economia del Dragone e delle turbolenze create anche nei Paesi emergenti, sono in molti gli analisti che consigliano alla Fed di rinviare il giro di vite almeno alla fine dell'anno. Altri, ragionando in modo più pessimistico (o pragmatico), suggeriscono che Washington sarà costretta, nel 2016, a varare un nuovo round di quantitative easing anche per tamponare un fenomeno allarmante come quello del quantitative tightening, ovvero la manovra difensiva con cui Pechino e gli stessi Paesi emergenti stanno vendendo bond Usa per sostenere le loro economie.

Ma qual è lo stato di salute economico dell'America? L'andamento del mercato del lavoro, una delle variabili-chiave che orientano le scelte della Fed, mostra dinamiche contraddittorie. Se il tasso di disoccupazione è sceso in agosto al 5,1% (minimo da aprile 2008), al tempo stesso sono stati creati solo 173mila nuovi posti, un numero decisamente al di sotto delle attese (220mila impieghi) e inferiore alla soglia dei 200mila considerata dal Fondo monetario l'incremento minimo che renderebbe sostenibile un giro di vite al costo del denaro. Secondo Jeffrey Lacker, presidente della Fed di Richmond, si tratta «comunque di un numero forte che non cambia il quadro della politica monetaria». Lacker, collocabile tra i falchi dell'istituto, non ha dubbi: «È ora di alzare i tassi. La nostra economia non è perfetta, ma neppure così alle corde da servire tassi a zero per rimetterla in sesto». Altri governatori ed ex funzionari della Fed, tra i quali il veterano Donald Kohn, la pensano però in modo opposto, e ciò sta creando incertezza sui mercati. Dove va maturando l'idea che quello di metà settembre sarà un evento da «testa o croce».