Effetto Trump: la Fed fa già il falco

Nel 2017 i tassi saranno alzati tre volte per bilanciare le mosse del neo-presidente

Rodolfo Parietti

A un anno dalla storica decisione di alzare i tassi per la prima volta in dieci anni, la Federal Reserve spara un'altra cartuccia alzando di un quarto di punto, allo 0,50-0,75%, il costo del denaro. Tutto scontato, ma c'è una novità: la banca centrale Usa si prepara ad avere un atteggiamento più aggressivo il prossimo anno, quando le strette previste saranno tre rispetto alle due stimate in settembre. Accolto freddamente da Wall Street (-0,4% alle 21 ora italiana), lo spostamento del baricentro del board sulle posizioni dei falchi può essere interpretato come una contro-reazione alla politica economica annunciata da Donald Trump, basata sulla spesa in deficit e sugli sgravi fiscali. Janet Yellen, presidente dell'istituto di Washington, ha naturalmente negato ogni connessione con l'arrivo alla Casa Bianca del tycoon e minimizzato la portata del nuovo orientamento: «La rotta dei tassi non è predeterminata, le strette saranno graduali», e il cambio da due a tre aumenti per la guidance del 2017 è «un aggiustamento veramente modesto, alcuni membri del comitato hanno pensato che ci fossero una serie di fattori» che lo giustificassero».

Tra questi, i «progressi notevoli» in economia che hanno spinto la Fed a rivedere verso l'alto le stime di crescita, portate per il 2016 al +1,9% dal 1,8% previsto a settembre e per il 2017 al +2,1% (+2%). Invariata la stima per il 2018, al +2%, mentre la previsione sul 2019 sale di 0,1 punti percentuali al +1,9%.

È comunque tutto da vedere se la Fed riuscirà nell'intento di varare una triplice stretta l'anno prossimo. Dei quattro aggiustamenti al rialzo ipotizzati nel dicembre dello scorso anno ne è stato mandato in porto uno solo, sintomo di un deficit decisionale che discende dall'incapacità di governare - e sovrastare - fattori esterni quali ad esempio la frenata della Cina e la Brexit. Vittima degli eventi, la banca centrale più potente al mondo si è distinta più per la cacofonia di voci dei propri membri che per un chiaro disegno strategico. Col passare dei mesi, la sensazione di un corpaccione sfilacciato e incapace di comunicare si è trasformata in certezza. Aldilà delle motivazioni di carattere congiunturale, la mini-stretta di ieri e le intenzioni manifestate per il 2017 sono anche mosse tesa a coprire le crepe di credibilità comparse sulla facciata di Eccles Building.

Il difficile comincia però adesso. Il 2017 si preannuncia carico di insidie, soprattutto perché non è ancora chiaro come la politica economica di Donald Trump, centrata sulla spesa in disavanzo per investimenti in infrastrutture e sul taglio delle tasse, andrà a impattare su quella monetaria. «Non intendo dare consigli a Trump - ha spiegato la Yellen - su come dovrebbe comportarsi. Credo fermamente nella indipendenza della Fed». La probabile risalita dell'inflazione, proprio a causa degli effetti della Trumponomics, potrebbe però costringere la Fed ad accelerare ancor più, rispetto a quanto annunciato ieri, il processo di normalizzazione della politica monetaria.

Ma ogni aggiustamento restrittivo ha due potenziali macro-effetti: tende a indebolire la crescita e rafforza il dollaro (l'euro è scivolato ieri a quota 1,0561). Inoltre, la risalita dei rendimenti (un fenomeno che si è già manifestato nelle scorse settimane) esporrebbe un Paese come la Cina, che possiede T-bond per almeno 1.200 miliardi di dollari, a pesantissime perdite. Difficile pensare che Pechino possa accettarle passivamente. Una iper-svalutazione dello yuan è quindi da mettere in conto. Per la Yellen, due nemici alle porte: uno in casa, l'altro oltre confine.