Gli emergenti non spaventano la Fed

No fear, niente paura. Ben Bernanke mantiene dritta la barra di navigazione della Federal Reserve, e senza lasciarsi condizionare dalle difficoltà dei Paesi emergenti taglia di altri 10 miliardi di dollari, a 65 miliardi complessivi, gli stimoli economici. È la seconda tappa del tapering, nel segno di una gradualità che l'istituto di Washington si è auto-imposto per evitare discontinuità troppe marcate dalla politica monetaria con cui l'America ha piegato la peggiore crisi dai tempi della Grande depressione. Wall Street ne ha preso atto, senza entusiasmo (-1,30% alle 20,30 ora italiana).
Nell'ultimo atto da presidente della Banca centrale Usa, proprio a ridosso della sua uscita di scena, prevista domani, quando lascerà l'incarico a Janet Yellen, «Helicopter Ben» non ha dunque ceduto alla tentazione di assecondare gli umori dei mercati, di chi chiedeva uno stop temporaneo all'exit strategy proprio per non esacerbare le tensioni di questi giorni. Lo aveva fatto, nei giorni scorsi e senza troppi giri di parole, la Signora del Fondo monetario, Christine Lagarde, pronta a connettere il tapering ai sommovimenti che, come tanti cerchi concentrici, si vanno propagando dall'Estremo Oriente all'America Latina.
Bernanke l'ha ignorata, pur senza metterci la faccia. Niente conferenza stampa, ieri, del presidente uscente. Solo lo scarno statement con cui la Fed ha motivato la scelta di drenare altra liquidità con «la ripresa dell'economia Usa negli ultimi trimestri», anche se sono ancora troppi gli americani senza lavoro. I tassi, fermi tra 0 e 0,25%, resteranno bassi «fino a che il tasso di disoccupazione non scenderà decisamente sotto il 6,5%».
Ai barcollanti Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) e alla Turchia, il comunicato non dedica neppure una riga. Men che meno viene evocato lo spettro di una riproposizione della sindrome tailandese del 1997, quando la fuga dal baht fu solo l'inizio di un esodo dai i mercati asiatici che finì poi per contagiare tutti i mercati. Eppure, la situazione appare tremendamente seria. Anche oggi. Tra martedì e ieri, i Paesi nell'occhio del ciclone hanno messo in campo l'arma più convenzionale per contrastare la caduta delle valute nazionali: un rialzo dei tassi. La Banca di Turchia ha disposto una stretta choc raddoppiando al 10% il costo del denaro, in aperta sfida col premier Erdogan che teme ripercussioni sulla crescita proprio in prossimità delle elezioni. Giro di vite anche per Brasile e Sudafrica. Il risultato? Nullo. Solo modesti e temporanei apprezzamenti valutari, poi vanificati da un'ulteriore spinta al ribasso. Il rublo ha addirittura toccato il fondo rispetto all'euro, scivolando a quota 48, un livello mai visto. Alcuni analisti temono il possibile innesco di una vera e propria crisi di fiducia nei confronti dei mercati emergenti che potrebbe rendere obbligatorio l'intervento del Fmi.
Sono preoccupazioni che i sismografi delle Borse continuano a registrare, nonostante finora non si sia scatenato un panic selling. Dopo il rimbalzo di martedì, ieri i listini sono di nuovo scesi, con l'eccezione di Tokio (2,7%). Variazioni contenute (-0,57% Milano) che forse non danno l'idea del grado di nervosismo degli investitori. Sono invece più calme le acque sul fronte dei titoli di Stato, dove il Tesoro ha piazzato 8 miliardi di euro in Bot a 6 mesi a un tasso in calo allo 0,59% dal precedente 0,827%. Durerà?