Eni accelera la svolta verde: carburanti e acqua dai rifiuti

A breve operativo l'impianto pilota: ogni tonnellata di rifiuti «frutterà» fino a 150 chilogrammi di bio-olio

Estrarre litri e litri di bio-olio combustibile e di acqua, dalle cataste di sacchi di rifiuti che oggi continuano a finire negli inceneritori, nei termovalorizzatori o (peggio) direttamente nelle discariche. La promessa «verde», che riporta quasi alla mente il sogno della pietra filosofale a lungo inseguito dall'uomo del Medioevo per invertire la «corruzione della materia», sta per diventare realtà nei laboratori Eni.

Solo che, grazie alla tecnologia elaborata dal gruppo guidato dall'ad Claudio Descalzi e presieduto da Emma Marcegaglia, a ridiventare «risorsa», quindi «nuovo oro» soprattutto per un Paese povero di combustibili fossili come l'Italia, saranno appunto i rifiuti solidi urbani (Rsu). O meglio, la loro «frazione organica»: in pratica gli avanzi di cibo domestico, ma anche quelli dell'industria agroalimentare. La pattumiera diventerà un combustibile senza zolfo, pronto per esempio per alimentare i motori di una nave della stessa Eni, e appunto acqua al momento destinabile a usi industriali. La ricetta, sulla carta, è applicabile in Italia come nel deserto di uno dei Paesi Medio Orientali, dove Eni opera con i suoi giacimenti di greggio.

Giova ricordare che l'ultimo piano industriale del gruppo prevede investimenti sul green prossimi a un miliardo, sui 7 miliardi stanziati nella Penisola. D'altra parte, l'oro nero resta il cuore di Eni, ma dopo la crisi dei prezzi che ha abbattuto il mercato, ampliare la strategia è centrale. Nel capitolo verde il gruppo ha così messo più di un affare: impianti per la produzione di energia, mobilità sostenibile e appunto nuovi carburanti. Inevitabile domandarsi quanto «oro» sia ricavabile dal «bidoncino» dell'umido delle nostre cucine: una tonnellata di materia organica, che include il peso dell'acqua - assicurano chimici e ingeneri del Cane a sei Zampe - può generare fino a 150 chilogrammi di bio-olio, attraverso una trasformazione che prende il nome di «termoliquefazione».

Il progetto pilota è in fase di realizzazione avanzata, per un costo stimato prossimo ai 3 milioni, da parte di Syndial, la controllata ambientale di Eni, all'interno delle aree della raffineria di Gela; mentre un secondo impianto di scala semi-industriale sarà presto realizzato a Ravenna. L'annuncio ufficiale è atteso a breve, già entro la fine dell'anno.

Fino a qui la nuova vita dell'«umido», ma la svolta verde e per la de-carbonizzazione voluta dall'Eni si svilupperà anche sul fronte dei rifiuti plastici: la tecnologia di chiama «Plasmix» e troverà casa nella bio-raffineria di Venezia. Dalla plastica, opportunatamente trattata con gas o acqua, si potrà ricavare idrogeno o metanolo, entrambi naturalmente «bio». Venezia è il sito dove già oggi la multinazionale guidata da Descalzi lavora gli olii alimentari risultanti della frittura. E anche su questo fronte lo spazio di crescita appare ampio visto che, secondo alcune stime, nel 2017 sono state raccolte meno di 70mila tonnellate di olio alimentare di scarto, peraltro quasi esclusivamente prodotte dal settore della ristorazione e dell'industria, che rappresentano il 23% del totale prodotto in Italia (pari a 280mila tonnellate annue).

Affinchè il nostro Paese possa compiere il definitivo salto verso l'«economia circolare«, anche i palazzi della politica devono però decidersi a fare squadra. Sia perché, come è ovvio, i cantieri degli impianti di trattamento seguono un preciso iter autorizzativo sia perché il sistema di riciclo necessita di una «rete»: cioè di soggetti - e qui le candidate naturali sono le municipalizzate, come per esempio la milanese Amsa - che si occupino di pre-trattare i rifiuti prima di apportarli agli impianti dove trovano una nuova «vita». La transmutatio metallorum del XXImo secolo è servita.

Commenti

cir

Gio, 20/12/2018 - 21:46

quante cxxxxxe tutte in una volta sola !

Altoviti

Dom, 23/12/2018 - 17:42

Era il sogno di Raul Gardini e avremmo avuto un'Italia alla'avanguardia se i concorrenti di cui anche nostrani non avessero fatto ditutto per far fallire la Montedison insieme ad un sistema statale a per lo meno poco lungimirante.