Eni in rosso per 800 milioni. Ma batte Exxon nelle scorte

Il minipetrolio pesa sulla trimestrale. Descalzi conferma gli obiettivi 2016

Primo trimestre in rosso per l'Eni, con una perdita di 0,79 miliardi contro l'utile di 0,83 miliardi di un anno fa. I risultati che scontano i prezzi bassi del petrolio (-37%), non compromettono però le prospettive del gruppo che si distingue tra i competitor mondiali, in particolare sul fronte delle riserve e della produzione. Nel corso della presentazione di ieri sui primi numeri del 2016 è emerso, infatti, che il Cane a sei zampe è al primo posto per valore unitario delle proprie riserve certe di petrolio con 6 dollari al barile. «Nel 2014, con il Brent a 101 dollari il valore attuale delle riserve certe per barile di Eni era secondo alla compagnia Usa Exxon mentre nel 2015, in presenza di un drastico calo del prezzo, da 101 a 54 dollari, Eni l'ha sorpassata, confermando la robustezza del proprio portafoglio», spiega la società. In termini di riserve, invece, il Cane a sei zampe ha conquistato due posizioni classificandosi quarta con una quota di 41 miliardi di dollari.

Merito del business esplorativo del gruppo che negli ultimi mesi ha sospinto, insieme al rafforzamento finanziario, anche il titolo in Borsa: l'azione quotava quasi 11 euro a metà febbraio e ora viaggia sopra 14 euro (pur avendo perso ieri l'1,4%), si tratta di una rivalutazione del 27% imputabile «all'operazione di aumento di Saipem che ha liberato Eni dal fardello del suo debito spiega un analista e alle prospettive delineate col piano in particolare sul fronte delle nuove scoperte e del recupero dei costi». Tornando ai numeri di inizio anno, considerando i risultati adjusted, che escludono le componenti straordinarie, l'utile operativo si attesta a 0,47 miliardi (-69%), mentre il risultato netto adjusted registra una perdita di 77 milioni. La divisione Exploration&Production ha registrato risultati in linea con le aspettative, così come il segmento Refining&Marketing, mentre è più forte delle attese il ramo gas. Nel complesso, gli analisti ritengono che l'ebit sia migliore rispetto alle attese, mentre debito e outlook restano in linea: il cash flow è sceso a 1,27 miliardi (56%) e l'indebitamento si è attestato a 12,21 miliardi per effetto dell'operazione Saipem. Buona la crescita produttiva (+3,4%) a 1,75 milioni di barili al giorno che ha attenuato, in parte, l'impatto del mini-petrolio con la riduzione dei costi e i minori ammortamenti. Complessivamente, l'andamento dei prezzi delle commodity ha però penalizzato la performance operativa del trimestre per 1,6 miliardi. «I risultati ci consentono di confermare la guidance 2016 - ha commentato l'ad Claudio Descalzi - con particolare riferimento al contenimento del 20% dei capex, al loro finanziamento organico in uno scenario di 50 dollari e al controllo del leverage, oggi tra i più bassi dell'industria».

A questo punto, lo snodo chiave dei prossimi mesi riguarda le cessioni. Tra 2016 e 2017 sono attesi 5 miliardi di dismissioni (7 miliardi al 2019) e particolare attenzione è riservata all'operazione sulla chimica italiana della controllata Versalis e ad eventuali movimenti (per ora smentiti) sul Gas&Power.