Dopo gli esami patrimoniali europei

Una mina da oltre 125 miliardi di euro (per la precisione 127,7) nei bilanci dei primi sette gruppi bancari italiani. È quella che potrebbe scoppiare se l'ipotesi di direttiva dello European Systemic Risk Board (Esrb), la nuova agenzia di vigilanza bancaria europea, diventasse realtà. L'organismo presieduto dal numero uno della Bce, Mario Draghi, e diretto da Danièle Nouy da qualche mese sta lavorando a una direttiva per limitare l'esposizione delle banche al rischio sovrano, in buona sostanza i titoli di Stato. Secondo quanto riportato ieri dal Messaggero , la soglia sarebbe stata individuata nel 25% del patrimonio di vigilanza.

Se questa proposta, caldamente sponsorizzata dalla Bundesbank, dovesse in qualche modo passare, per le banche italiane e per il sistema-Paese si materializzerebbe una vera e propria sciagura. Le intenzioni dell'Esrb sono buone: limitare il rischio sovrano riduce le perdite potenziali in caso di default. L'orientamento prevalente a Francoforte, però, tende generalmente a sopravvalutare la possibilità che un singolo Stato di Eurolandia dichiari bancarotta penalizzando le banche commerciali tradizionali come quelle italiane che sfruttano i titoli di Stato sia come garanzia delle esposizioni sia come opportunità di trading (nel pieno della crisi i Btp offrivano oltre il 6%). I numeri riguardanti l'Italia sono preoccupanti Considerando sette primari gruppi come Intesa, Unicredit, Mps, Banco, Ubi, Mediobanca e Bpm si ottiene un patrimonio di vigilanza di 139,7 miliardi. Queste sette banche detengono, però, 162,6 miliardi di Btp e affini. Se entrasse in vigore la nuova regola, dovrebbero cedere 127,7 miliardi di titoli di Stato per riportarsi entro il 25% di esposizione verso la Repubblica italiana.

Tranne Mediobanca, che a fine 2014 ha registrato un'incidenza del 41,6% (e dunque ha solo 1,37 miliardi di Btp in più), tutte le altre dovrebbero affrettarsi a cedere: Intesa e Unicredit una trentina di miliardi, Mps e Ubi una ventina. Il valore dei titoli crollerebbe: lo Stato avrebbe difficoltà a piazzarli nelle nuove aste, mentre risparmiatori, assicurazioni e fondi registrerebbero una minusvalenza nei loro portafogli. Inoltre sarebbe difficile usare i Btp come collaterale per i prestiti e le anticipazioni di cassa allo Stato o ai privati.

Certo, per il momento si tratta di un'ipotesi allo studio, ma questo nuovo fronte mette ancor più in difficoltà il sistema-Paese nei confronti delle istituzioni europee (dopo la già difficile partita degli stress test). Ieri il presidente dell'Abi, Antonio Patuelli, si è lamentato del sistema regolatorio europeo definendolo «un'aquila bicipite con le due teste che si beccano: la parte monetaria, che è Draghi, spinge per lo sviluppo, mentre gli organismi internazionali lo frenano». Circostanza di cui s'è lamentato di recente anche l'ad di Unicredit, Federico Ghizzoni. «L'insieme dei legislatori comunitari crea confusione e incertezza», ha detto.