Fed: «Crescita fiacca, servono aiuti»

Non si cambia. Almeno per ora. Gli acquisti di bond, per una cifra pari a 85 miliardi di dollari al mese, resteranno «stabili». Così la Federal Reserve al termine della consueta «due-giorni» di riunione del Fomc in cui sono stati lasciati invariati i tassi al minimo storico, nella forchetta compresa tra zero e 0,25%. Stavolta, però, Ben Bernanke non si è presentato in sala stampa per sottoporsi al tradizionale fuoco di fila delle domande dei cronisti. A parlare, quindi, è solo la prosa asciutta dello statement della banca centrale, dove si ribadisce che il costo del denaro non subirà modifiche fino a quando il tasso di disoccupazione non scenderà sotto il 6,5%. Una precisazione importante, visto che nelle scorse settimane i mercati avevano temuto che una riduzione dell'acquisto di obbligazioni si traducesse in un rialzo automatico dei tassi di interesse.
A consigliare prudenza alla banca centrale Usa è una crescita nel primo semestre - recita il comunicato- «modesta» anziché «moderata» come detto in precedenza, nonostante venga prevista una ripresa dell'economia rispetto ai ritmi attuali di crescita e malgrado «ulteriori miglioramenti» del mercato del lavoro. A preoccupare, ancora, è l'elevato numero dei senza-lavoro, attualmente al 7,6%. La Fed è peraltro consapevole di maneggiare un esplosivo ad alto potenziale. Una troppo prolungata durata delle misure di quantitative easing (QE) avrebbe ripercussioni inevitabili sull'inflazione, ma soprattutto finirebbe per ingigantire la bolla speculativa. Favorendo, di fatto, quell'azzardo morale recentemente stigmatizzato dallo stesso Bernanke. Al contrario, un rallentamento dell'azione di sostegno (il cosiddetto tapering) troppo rapido avrebbe conseguenze sia sul mercato azionario, sia sull'obbligazionario. Nella primavera del 2010, quando l'istituto centrale Usa decise di interrompere il primo dei quattro QE mentre esplodeva la crisi greca, i tassi sul Treasury decennale schizzarono in poco tempo al 4%, costringendo la Fed a varare un secondo QE in novembre.
Il rischio, oggi, è lo stesso: ieri, per esempio, i rendimenti dei T-Bond sono risaliti al 2,68% a causa dei timori di una riduzione del ritmo con cui Washington acquista titoli di Stato e bond ipotecari. Il motivo è presto detto. In prima battuta, la crescita superiore alle attese del Pil nel secondo trimestre dell'anno, un +1,7% contro il +1,5% atteso dai bookmaker di Wall Street. Gli analisti hanno definito «inaspettata» l'accelerazione, mentre la Casa Bianca ha parlato di «ripresa dalla grande crisi leggermente più veloce del previsto». Dal mercato del lavoro è inoltre rimbalzata la buona novella della creazione in luglio di 200mila nuovi posti, esattamente la cifra minima che gli esperti reputano necessaria per intaccare lo zoccolo duro dei jobless.
Ma queste due fiammate (Pil e nuova occupazione) potrebbero spegnersi in fretta, considerando che nei prossimi mesi si faranno ancora sentire gli effetti del sequester (i tagli automatici alla spesa federale). Non solo. La recente risalita dei tassi sta già impattando sul mercato dei mutui, sui compromessi di case e sulle vendite di abitazioni. E se si ferma il settore immobiliare sono guai per l'intera economia.
Dopo la Fed, toccherà oggi alla Bce scoprire le carte. I tassi dovrebbero restare al minimo storico dello 0,50%, ma Mario Draghi potrebbe rivelare nuovi dettagli sulla strategie di comunicazione della banca centrale, con particolare riferimento all'eventuale pubblicazione delle minute sulle riunioni del direttorio. Un modello di trasparenza che piace al presidente dell'Eurotower.