La Fed dà una spinta a Wall Street

da Milano

Non c’è traccia di timori recessivi né, tantomeno, di rischi di stagflazione nel comunicato con cui la Federal Reserve ha commentato ieri la decisione di lasciare invariati i tassi Usa al 5,25%, seguendo lo stesso percorso delle cinque riunioni precedenti. A soprendere i mercati è stato il tono prudentemente sbilanciato sul versante dell’ottimismo usato dalla banca guidata da Ben Bernanke sui probabili sviluppi della politica monetaria americana. Rispetto al vertice di gennaio, dallo statement è infatti sparita la forte sottolineatura sulla necessità di rispondere ai pericoli inflazionistici - se persistenti - attraverso l’arma delle strette monetarie. Ora, invece, in modo molto più generico, la Fed rileva che eventuali aggiustamenti del costo del denaro dipenderanno dai «dati macro e dall’outlook».
Insomma, par di capire che l’istituto di Washington si è lasciato alle spalle l’orientamento restrittivo a favore di una conduzione di politica monetaria più rilassata. Se vi saranno le condizioni, la prossima mossa - collocabile a questo punto nella seconda metà dell’anno - dovrebbe essere un taglio dei tassi. Un’interpretazione condivisa da Wall Street, dove gli indici sono subito schizzati verso l’alto, con rialzi che a fine seduta sono stati dell’1,28% per il Dow Jones e dell’1,92% per il Nasdaq, e anche dai mercati valutari, dove il dollaro è scivolato ai minimi da due anni nei confronti dell’euro fino a quota 1,3386.
La riunione di ieri va dunque vista come qualcosa di più di un passaggio intermedio, in attesa che meglio si chiarisca il quadro mecroeconomico. Certo, rispetto all’andamento dell’inflazione la Fed si mantiene sul chi vive. Anche se le spinte saranno probabilmente più moderate, «la maggiore preoccupazione del Comitato (il Fomc, il braccio operativo in materia di tassi, ndr) nel determinare la propria politica resta il rischio che l’inflazione non si allenti così come nelle attese». Un motivo in più per escludere, almeno per il momento, un aggiustamento verso il basso del costo del denaro. Anche perché, nel mese di febbraio, l’indice dei prezzi al consumo è cresciuto dello 0,4%, oltre le attese, e l’inflazione core (quella che esclude le voci più volatili come energia e alimentari) si è attestata al 2,7%.
Quanto alla situazione economica, Bernanke non drammatizza i toni neppure quando si sofferma sulla crisi del mercato immobiliare, definita in «fase di aggiustamento». Manca inoltre qualsiasi riferimento alla situazione critica del mercato dei mutui subprime, quelli cioè concessi alla clientela con basso merito creditizio e dunque con più alto livello di rischio. Per la verità, l’istituto Usa ha sempre mantenuto un atteggiamento abbastanza distaccato riguardo alla forte decelerazione subita dal settore del mattone, indicata da alcuni osservatori come un potenziale veicolo del virus della recessione. Un report di alcune settimane fa, aveva mostrato che le vendite di nuove abitazioni erano calate di quasi il 17% in gennaio, la peggiore contrazione degli ultimi 13 anni, mentre questa settimana è stata diffusa la notizia che i permessi di case da costruire sono dimuniuti. La Fed è invece convinta che l’economia «continuerà a espandersi a un ritmo moderato nei trimestri a venire», dopo aver registrato nel quarto trimestre 2006 una crescita del 2,2%, fortemente rivista al ribasso rispetto al preliminare 3,5 per cento.