La Fed di Powell cala il poker di tassi

Il presidente della banca Usa, Jerome Power: "Bene economia e inflazione". Wall Street resta ferma

Ormai non ci sono più dubbi: nel 2018 la Federal Reserve calerà sul tavolo un poker di tassi. Quattro aumenti in tutto, di cui il secondo dell'anno da un quarto di punto (dall'1,5-1,75% all'1,75-2%) deciso ieri e gli altri due da spalmare fra luglio (più probabile settembre) e dicembre. La virata da falco è arrivata ieri, in quella che era attesa come la riunione più importante degli ultimi mesi, quella in cui la banca guidata da Jerome Powell era chiamata a giocare a carte scoperte.

L'interrogativo sul numero delle strette era infatti rimasto irrisolto per settimane. Ora, finalmente, è stata fatta chiarezza. In due modi: nel comunicato ufficiale diffuso a fine riunione, in cui è scomparsa la frase, un refrain immancabile negli ultimi anni, secondo cui «i tassi rimarranno per qualche tempo sotto il loro livello di equilibrio di lungo termine». Ma la direzione verso cui si muove la banca centrale Usa è stata esplicitata soprattutto dai dot plot, i pallini che suggeriscono le proiezioni sui tassi per l'anno in corso. Ebbene, questi indicatori mostrano che a fine dicembre i tassi si collocheranno al 2,375%, un livello raggiungibile solo attraverso altre due strette da un quarto di punto. Al momento, inoltre, la Fed prevede altri tre rialzi (contro i due previsti in marzo) nel corso del 2019. Se questa tabella di marcia sarà rispettata, l'America avrà entro il prossimo anno e mezzo il proprio tasso-chiave attorno al 3%. Nel 2020 l'istituto di Washington staccherà il pedale dall'acceleratore, visto che darà un unico giro di vite al costo del denaro rispetto alla duplice stretta stimata tre mesi fa. Powell ha però spiegato che se l'inflazione dovesse proiettarsi ben oltre il 2% «non reagiremo più». Il quadro è abbastanza chiaro. Wall Street, invariata a un'ora dalla chiusura, sembra averlo digerito.

A sorreggere le decisioni in chiave restrittiva sono stati due dati fondamentali contenuti nelle nuove stime 2018 della Fed. Ovvero la crescita rivista al rialzo del Pil, al 2,8%; e il ritocco verso l'alto dell'inflazione, al 2,1%. È l'effetto di un'economia che cresce a un «ritmo solido», in cui il mercato del lavoro «ha continuato a rafforzarsi», la spesa dei consumatori è aumentata e gli investimenti hanno continuato a crescere «sensibilmente». Sull'obiettivo trumpiano di un incremento annuo del Pil pari al 3% il successore della Yellen non si sbilancia, essendoci «incertezza» sulle previsioni di crescita per i pochi dati sull'impatto della riforma fiscale. Pur restando abbottonato sui dazi trumpiani, il presidente di Eccles Building non si è mostrato preoccupato per le crescenti tensioni commerciali: «Ora non vedo alcun impatto sui dati economici... per niente».

Nulla è però scritto sulla pietra. Le decisioni della Fed non sono prese col «pilota automatico», ha precisato Powell durante la conferenza stampa (appuntamento che diventerà dal prossimo gennaio la norma dopo ogni riunione del Fomc), perché l'istituto è pronto ad adeguarsi ai cambiamenti dell'andamento dell'economia. La Fed si trova comunque in una posizione scomoda. Quella di alzare i tassi prima di ritrovarsi nel mezzo di una recessione, evento tutt'altro che improbabile per un Paese che sta vivendo uno dei più lunghi periodi di espansione, iniziati nel giugno del 2009, della sua storia. Ma è una missione delicata, e Powell lo sa bene. «La storia ha dimostrato che muovere i tassi troppo velocemente o troppo lentamente può danneggiare l'economia». Serve un giusto bilanciamento. Che non sarà facile da trovare.