La Fed spinge l'euro: un guaio per Draghi

Il presidente Bce ai politici: «Io faccio la mia parte, ora voi fate le riforme»

Rodolfo PariettiIl segreto era un po' come quello di Pulcinella, ma il timbro ufficiale messo dalla Federal Reserve al fatto che quest'anno i tassi Usa verranno alzati due volte, e non quattro come programmato nel dicembre scorso, ha avuto subito un impatto sui mercati valutari. L'euro ha superato ieri l'asticella degli 1,13 dollari, col risultato di far accendere una spia rossa sulla plancia di comando della Bce. La quota limite, spiegano gli analisti, è collocata a 1,12: oltre quel livello, le cose si complicano per Mario Draghi, impegnato a colpi di quantitative easing a combattere il pericolo di deflazione e a tentare di rimettere l'eurozona sui binari di una crescita meno anemica. «I rischi di peggioramento dell'economia si sono intensificati», ha detto ieri il numero uno dell'Eurotower, confermando di essere «pronto a usare tutti gli strumenti appropriati» se le prospettive dovessero cambiare. Ma, a fronte di una Bce che fa la sua parte, i leader Ue sono invitati a muoversi con sollecitudine: «Servono riforme per aumentare la domanda, investimenti e abbassare le tasse». E, ancora più importante, è «avere chiarezza sul futuro dell'Unione monetaria».Parole che arrivano dopo le accuse dei tedeschi, che vedono come fumo negli occhi i tassi negativi. Munich Re è passata subito al contrattacco: oro e liquidi in cassaforte, perchè quanto deciso dal board della banca centrale «è la fine della politica finanziaria», ha tuonato il numero uno del colosso assicurativo, Nikolaus von Bomhard. Di sicuro, la politica monetaria europea e quella Usa non saranno così divergenti come Janet Yellen aveva fatto intendere in dicembre. E ciò, in prospettiva, può essere fonte di problemi per Draghi. Soprattutto se i due rialzi prospettati ora si ridurranno a uno o, peggio, a zero nel corso di un anno peraltro delicato a causa delle presidenziali Usa. Non è escluso che il recente calo del biglietto verde incorpori queste opzioni. D'altra parte, la domanda da porsi è una: qual è il motivo di questo dietrofront sui tassi, quando l'inflazione core all'1,7%, cioè prossima al target del 2% della Fed, e un tasso di disoccupazione al 4,9% dovrebbero supportare una strategia monetaria aggressiva? La Yellen ha tirato in ballo il solito alibi dei rischi globali. Rischi che, evidentemente, Eccles Building non è in grado di contrastare, visto che ne condizionano le capacità decisionali. Oppure, le statistiche ufficiali sullo stato di salute dell'economia americana nascondono la polvere occultata sotto il tappeto. Mostrandosi estremamente prudente, la Fed ha mandato un segnale molto chiaro: non vogliamo essere noi i responsabili della prossima recessione.