La Fed tiene le Borse col fiato sospeso

In vista della delicata riunione in calendario martedì e mercoledì della prossima settimana, è assai probabile che Ben Bernanke abbia seguito con interessata attenzione la parabola dell'Abenomics, versione turbo del quantitative easing usato a più riprese dalla sua Federal Reserve. Nel «voglio tutto e subito» connesso alla politica di stimoli nipponica c'è un peccato originale: pensare di poter compiere un triplo salto mortale senza una rete di protezione. Governare il deprezzamento dello yen in modo da ridar fiato all'export, e al tempo stesso voler pilotare l'inflazione fino al 2% tenendo schiacciati i tassi sui bond decennali, è come minimo un azzardo. La cosiddetta “terza freccia“ dell'Abenomics (riforme del mercato, liberalizzazioni, riduzioni delle imposte) è così finita fuori bersaglio. Rigettata dai mercati. Dai massimi del 22 maggio, l'indice Nikkei si è sgretolato del 22%. Contestualmente, lo yen è risalito ai massimi da 10 settimane: un ruggito che spaventa la Corporate Japan che ha fame di esportazioni.
Quanto accaduto nell'arco di un paio di settimane nel Paese del Sol levante, è la prova provata di quanto si sia fatta sempre più stretta la dipendenza dei mercati (di tutti i mercati: azionario, valutario e obbligazionario) dalle banche centrali. A detta di molti, Fed e Boj sono al momento i più grandi pusher del pianeta. Spacciando liquidità in dosi sempre più massicce, hanno creato veri e propri paradisi artificiali. Tanto è vero che, almeno finora, non c'è alcuna evidenza scientifica che l'onda alta del QE abbia risollevato l'economia reale. Anzi: la divaricazione rispetto al mondo della finanza, ormai poco o nulla abituato a considerare i fondamentali, si va facendo via via più marcata.
È quindi evidente che la droga della liquidità non può essere sospesa di colpo. Secondo il Risk premium factor model, considerati i valori attuali dello Standard&Poor's 500 i rendimenti dei T-bond a 10 anni dovrebbero già essere ben oltre il 4%, un livello insostenibile per l'economia. Un tale livello equivarrebbe infatti a un generale inasprimento del costo del denaro. Con il risultato, per esempio, di aumentare i costi dei mutui e di bloccare la ripresa del settore immobiliare. È perciò probabile che mercoledì Bernanke dirà ciò che i mercati vogliono sentirsi dire. E cioè che occorrerà un considerevole periodo di tempo tra la fine del piano di stimoli che comporta l'acquisto di 85 miliardi di dollari al mese di bond e l'aumento dei tassi a breve termine. È, peraltro, il percorso suggerito da Christine Lagarde, leader del Fondo monetario internazionale, che ha anche invitato Bernanke a «ben comunicare le proprie intenzioni» per evitare «turbolenze sui mercati». Alcuni analisti ritengono che la Fed resterà immobile fino alla prima metà del 2014; altri non escludono che l'istituto di Washington possa addirittura alzare il QE a 95 miliardi. Nessuno, però, ha la verità in tasca.
Se Fed e Boj ballano la stessa danza sull'orlo del vulcano, la Bce si è invece mantenuta defilata nonostante i ripetuti richiami a un maggior interventismo. Proteggendosi con lo schermo di uno statuto che ne limita il campo di azione, l'Eurotower si è limitata a “regalare“ 1.000 miliardi di euro alle banche senza riuscire a sciogliere il nodo del credit crunch. Delle iniziative a favore delle piccole e medie imprese ventilate da Draghi, si è intanto persa traccia. Ed è difficile ipotizzare misure d'aiuto prima di settembre, quando la Corte costituzionale tedesca dovrà esprimersi sulla legittimità dello scudo anti-spread.