Da Ferrero ad Amplifon: ecco le possibili prede

«Imprese familiari di media grandezza, dal business collaudato e di nicchia, con marchi che nel mondo raccontano l'essenza del made in Italy». È questo l'identikit delle prossime prede dei grandi investitori internazionali in Italia. Dopo gli ultimi casi (Loro Piana, Cova, Bulgari), gli analisti si interrogano sulle cause che hanno innescato questa ondata di shopping in terra italica identificandone l'origine nel capitalismo nostrano. «Il sistema imprenditoriale italiano è il massimo esempio del capitalismo familiare - commenta al Giornale Michele Patrì di AllianceBernstein - non siamo abituati, né votati all'azionariato diffuso, né a una gestione diversa delle nostre eccellenze».
In questo contesto, con le imprese che sono rimaste medio-piccole, in molti settori chiave, la dimensione assume una grandissima rilevanza. O si cresce - chiosa - o si vende». Soprattutto se la crisi incombe e l'azienda si trova a dover affrontare un ricambio generazionale. In questo contesto le società che sono più esposte all'attenzione di fondi o gruppi stranieri liquidi sono, quindi, quelle che non hanno preparato la successione. Un caso aperto potrebbe essere, a esempio, quello della Ferrero. Lo scorso anno, infatti, Pietro Ferrero, co-ceo dell'azienda di famiglia è morto lasciando al comando il padre Michele. «Pietro Ferrero - scriveva il Wsj - era visto da banchieri e analisti come una forza modernizzatrice in una società conosciuta per il suo management di stampo provinciale».
Senza di lui alla guida, per lo storico marchio della Nutella potrebbe ora essere pronto il secondo figlio, Giovanni, già amministratore delegato. Tuttavia i piani futuri restanofumosi.
Caso analogo quello di Amplifon. La società attiva nella distribuzione di apparecchi acustici, fondata a Milano nel 1950 dall'ex ufficiale inglese Algernon Charles Holland, è oggi infatti nelle mani della moglie del suo fondatore. Singoli titoli a parte, a livello settoriale, i settori della moda e alimentari di nicchia sono tra le prede più ambite.
In particolare, l'economista Giulio Sapelli indentifica nel settore della meccanica e della mecccanotronica, uno dei più contendibili. «Sostengo da tempo che Francia e Germania stiano conducendo una campagna mirata in Italia - spiega Sapelli - tuttavia finché non si tratta dei settori strategici (energia, tlc) non è un male di per sè. Ma solo il frutto del nostro sistema economico che non ha la capacità di muoversi allo stesso modo all'estero. Una vera politica industriale dovrebbe avviare una vera detassazione e creare nuove società di Stato al servizio delle nostre eccellenze».