Fondazioni vita nuova, senza banche

La riforma dell'Acri per tenere la presa sui territori dopo avere perso 20 miliardi di patrimonio e le cedole del credito

Camilla ContiPer un quarto di secolo le Fondazioni hanno fatto pesare le loro azioni in banca traducendole in influenze e poltrone. Il gioco ha funzionato finché le banche hanno continuato a macinare utili, e dunque dividendi per il salotto dei grandi soci dove gli enti avevano un posto in prima fila. Poi è arrivata la crisi, i profitti sono crollati, alcuni di quegli istituti hanno cominciato a traballare (Mps docet) e sono spuntati nel capitale i fondi stranieri con i portafogli gonfi di liquidità. Con quale risultato? Prendiamo il caso più eclatante del Monte Paschi: nel 2007 il 46,3% posseduto dalla Fondazione Mps valeva 5,1 miliardi di euro. Sette anni dopo, dopo quattro aumenti di capitale cui ha sempre partecipato l'ente senese, la quota si è ridotta all'1,5% nel 2015 valeva circa 34 milioni. Non solo. Dai 296 milioni di dividendo incassati otto anni fa, in linea con quel decennio, la Fondazione toscana è passata a zero. Un po' meno dolorosa la ferita per la Cariplo, che pur avendo aumento la quota dal 4,7% del 2007 all'attuale 4,8% è passata in termini di valore della quota da 3,1 a 1,9 miliardi con un dividendo sceso nello stesso arco di tempo da 225 a 53 milioni. Idem per i grandi soci di Unicredit come Cariverona: nel 2007 il suo 4,8% valeva 3,6 miliardi scesi a poco più di uno l'anno scorso (con un dividendo passato da 163 a 24 milioni).Il mondo, insomma, è cambiato. E gli enti pubblico-privati nati nel 1990 con la legge Amato-Carli si sono dovuti adattare. E ieri l'assemblea straordinaria dell'Acri ha dato il via libera all'unanimità alle modifiche statutarie per la riforma della governance dell'associazione che rappresenta appunto le Fondazioni di origine bancaria. «L'obiettivo - si legge in una nota - è quello di dare alle associate e ai territori maggiore partecipazione nella formazione degli organi associativi». La prima modifica riguarda il comitato di presidenza che diventa un vero e proprio comitato esecutivo con una separazione delle competenze rispetto al consiglio. Quest'ultimo sarà composto da 30 membri oltre al presidente dell'associazione, oggi guidata da Giuseppe Guzzetti, mentre nell'esecutivo siederanno 9 membri oltre al presidente che sarà eletto dall'assemblea. Il nuovo statuto è frutto dell'accordo firmato l'anno scorso fra Acri e Tesoro che ha sancito l'uscita graduale delle fondazioni dal capitale delle banche nell'arco di tre-cinque anni. Garantendo comunque un adeguato livello di erogazioni al territorio in vista di un ruolo più attivo degli enti sul fronte del cosiddetto terzo settore. Ecco spiegato lo spirito della riforma che è quello di ricostruire la rappresentanza nazionale su base regionale. Del resto, la linea di Guzzetti dettata da tempo agli enti è questa: cedere le quote delle banche di riferimento per fare cassa (o, nel caso Siena, addirittura per salvarsi dal fallimento), e aprire la porta a investitori stranieri opportunamente selezionati. Come, appunto, i sudamericani entrati nel Monte dei Paschi, o come il colosso Usa dell'investimento Blackrock, che all'inizio del 2014 ha avviato uno shopping sfrenato nel capitale delle big nostrane del credito, dallo stesso Monte fino a Intesa e Unicredit, di cui diventa uno dei principali azionisti. Di necessità, virtù. Anche se il conto presentato dalla crisi resta salato.