Fondi in marcia contro l'Opa Lactalis

Amber: «Pochi 2,8 euro per Parmalat». E nella guerra Vivendi-Mediaset pesano il 23%

Sofia Fraschini

I fondi tornano protagonisti attivi in Piazza Affari. Dai dossier più caldi, Mediaset e Parmalat, passando per Alerion e Ansaldo Sts, gli «istituzionali» sono stati e sono l'ago della bilancia delle partite più importanti, che decideranno il destino di società strategiche per il nostro Paese. A volte con un mero intento speculativo, altre, a difesa degli interessi delle minoranze.

A Collecchio, per esempio, un ruolo cruciale per il futuro di Parmalat in Piazza Affari è nelle mani dei fondi che compongono circa il 12,26% del libro soci. La francese Lactalis primo azionista con l'87% - ha lanciato un'Opa per arrivare al 100% di Parmalat e poterla delistare, ma come anticipato dal Giornale, i fondi azionisti hanno annunciato battaglia e si preparano a contestarne il prezzo. A uscire allo scoperto ieri è stata Amber Capital. Il fondo (3%) ha infatti detto ufficialmente che non aderirà all'offerta da 2,8 euro lanciata dai francesi: «Non consegneremo le nostre azioni, il prezzo è molto basso e non riflette il vero valore della società per cui non si può proporre meno di 4 euro», ha detto Arturo Albano, rappresentante di Amber in Italia. Posizione condivisa dai fondi Gamco, azionisti con l'1% e da «Azione Parmalat», l'associazione degli azionisti del gruppo alimentare. Prende forma, dunque, giorno dopo giorno, una «maggioranza di blocco» che potrebbe impedire a Lactalis di portare a termine in tempi brevi la propria offerta. I francesi necessitano infatti di arrivare al 95% del capitale di Parmalat per poter salire al 100% senza dover lanciare un'Opa residuale alle minoranze ostili. Tutto dipenderà come si schiereranno gli istituzionali, senza contare che ieri nuovi fondi «attivisti» si sarebbero posizionati nell'azionariato per ragioni speculative: dopo il +10% di martedì, ieri Parmalat è salita del 2,3% a 2,896 euro.

Altra partita caldissima è la guerra in corso tra Fininvest e Vivendi, anch'essa francese come Lactalis, per il controllo di Mediaset (-0,7% a 4 euro il titolo in Borsa dopo la corsa delle ultime settimane).

Fininvest ha alzato le barricate ed è salita a ridosso del 40%, mentre Vivendi è giunta vicina al 30%, soglia oltre la quale scatterebbe l'Opa obbligatoria. Per questo, il ruolo dei fondi (che hanno un peso tra il 20 e il 25% dell'azionariato del Biscione) è considerato determinante. Se Fininvest, che ha avviato anche una dura battaglia legale, otterrà l'appoggio di un altro 11% del capitale, arriverà infatti al 51% necessario a blindare il controllo di Mediaset. Tanti i fondi in gioco da Fidelity a MacKenzie, a Norges sebbene sia oggi difficile fare una fotografia esatta con il 53% del capitale transitato in Borsa dal 12 dicembre. Il peso dei fondi al momento sembra comunque essere intorno al 23%.

Ma Vivendi e il raider Vicente Bolloré dovranno fare i conti anche con i regolatori: Consob e Agcom, già chiamati in causa dalla galassia Fininvest-Mediaset. La partita tra Bollorè e Fininvest infatti potrebbe giocarsi in assemblea con le minoranze schierate.

Ma anche l'Opa su Alerion e la contrapposizione tra Fri-El ed Eolo è stata molto influenzata dai soci di minoranza: in particolare da Amber con il suo 17% venduto in sede d'offerta. Ora il peso dei fondi è però sotto il 5% e l'esito della nuova Opa è nelle mani del retail. Gli stessi che avevano accolto con freddezza l'Opa di Hitachi su Ansaldo Sts anche per volontà del fondo Usa Elliott che ha impedito che i giapponesi ottenessero la maggioranza e potessero delistare la società: l'offerta pubblica si è chiusa con Hitachi sotto il 50 per cento. E i giochi non sono ancora chiusi tanto che ieri Ubs si è riposizionata salendo al 6,99% dal 4,98 per cento.