Frenata del governo sul decreto Telecom

Il sottosegretario Giacomelli: «Niente rottamazione della rete in rame, stimoleremo gli investimenti»

Roma«Non imporremo lo spegnimento arbitrario della rete in rame». Il sottosegretario con delega alle Comunicazioni, Antonello Giacomelli, ieri sera ha fatto marcia indietro: il decreto che martedì dovrebbe essere presentato in Consiglio dei ministri (anche se c'è chi parla di un rinvio «tecnico») sarà solo il Piano per lo sviluppo della banda ultralarga, concordato con gli operatori, cioè «30 Megabit al 100% della popolazione, 100 Megabit al 50% entro il 2020». Un'uscita che sconfessa le indiscrezioni su un intervento statalista di rottamazione della rete tradizionale entro il 2030 con obbligo coatto per le società tlc di adeguare i propri investimenti allo scopo.

Un simile progetto, in un sol colpo, avrebbe azzerato il valore della rete Telecom iscritta a bilancio per 15 miliardi azzoppando l'operatore. Secondo i bene informati, l'obiettivo del premier Matteo Renzi con quella sortita è costringere la società guidata da Giuseppe Recchi e Marco Patuano a risedersi al tavolo della «grande Metroweb», la società che dovrebbe occuparsi del cablaggio in fibra ottica di tutta la nazione. Ma cosa accadrebbe se i propositi contenuti nel fantomatico decreto si realizzassero? Innanzitutto, per vagliare una simile ipotesi il provvedimento avrebbe dovuto superare due scogli insormontabili. È palesemente incostituzionale perché imporrebbe la dismissione forzosa di un bene privato come la rete. Incorrerebbe in una procedura di infrazione in base alla normativa Ue che non solo assegna alle Authority nazionali (nel nostro caso l'Agcom) il disegno di una roadmap per un maggiore accesso alla banda larga secondo gli obiettivi comunitari, ma stabilisce il principio della neutralità, cioè non esiste una tecnologia prevalente sulle altre per raggiungere l'obiettivo. Se Renzi e il ministro dello Sviluppo, Federica Guidi, avessero superato questi due scogli, avrebbero trovato due altri «macigni» da spaccare. In primo luogo, lo Stato può mettere sul piatto solo 6,5 miliardi di incentivi a fronte di un costo dell'infrastruttura Fiber-to-the-home (la fibra ottica fino a casa) di 30 miliardi. In secondo luogo, Telecom dovrebbe mandare a casa 15mila dipendenti assegnati alla rete tradizionale ormai inutile. Non è un caso che i sindacati si siano messi sul piede di guerra a fianco dell'ex monopolista. Ma soprattutto conviene «spegnere» la vecchia rete che può veicolare dati ad alta velocità con opportuni ammodernamenti?

I numeri dicono no: su 7 milioni di famiglie con accesso alla banda larga a 30 Megabit, solo 300mila la usano escludendo Milano. «È un'interferenza gravissima», commenta Carlo Alberto Carnevale Maffé, docente della Bocconi, poiché «il governo, che non ha fatto niente per incentivare la domanda, pensa di intervenire dirigisticamente sul lato dell'offerta seguendo il modello sovietico». Per l'esperto, infatti, bisognerebbe concentrarsi maggiormente «su Internet in mobilità liberando frequenze radio».