Fuori le ideologie dal commercio

Lo stop alla costruzione di nuovi centri commerciali nella provincia di Trento mi appare una decisione che, al di là di plausibili ragioni di opportunità territoriale, contiene una visione un po' ideologica verso l'espressione più avanzata del retail. Nel nostro Paese permane, in settori fortemente politicizzati e sensibili alla cosiddetta cultura della decrescita, un'aperta ostilità verso iniziative imprenditoriali tacciate come luoghi del consumismo sfrenato e incontrollato. Progressisti che non amano il progresso; e non vedono la realtà. I centri commerciali rappresentano la vittoria definitiva nel terziario del commercio. La quasi totalità dei consumatori oggi non potrebbe fare a meno dei servizi che in quelle grandi e variegate superfici di vendita vengono offerti. D'accordo, negli anni vi possono essere state punte di esagerazione, ma tali eccessi non giustificano il periodico proliferare di battaglie di retroguardia. E così vanno lette le ultime parole del sindaco di Milano, Giuseppe Sala: è finita la stagione dei centri commerciali. Discutere la centralità di questa formula distributiva rappresenta un clamoroso abbaglio. Dicono i no sempre: i centri commerciali hanno tagliato le gambe alle piccole botteghe. Falso. Semmai le hanno costrette a un ripensamento profondo del proprio mestiere; a raggiungere un livello di qualità del servizio molto alto che i centri commerciali non possono assicurare. Dunque, la convivenza è possibile. E convivenza significa stesse opportunità di partenza per tutti. Da liberista, non condivido la politica degli incentivi. Però, a proposito di forme di retail classiche ed evolute, l'Italia dovrebbe favorire la presenza sui mercati di più sigle internazionali. Il rischio vero è che Amazon diventi monopolista a livello globale. E il monopolio non fa mai bene. Non ne vale la spesa.