Gelo sull'America: il Pil giù dell'1%

I consumi saliti solo grazie alle spese per il riscaldamento. Male l'export: l'Europa non compra

È l'inverno dello scontento americano, quello fotografato dalla caduta del Pil nel primo trimestre. Un -1% secco come uno schiaffo, gelido come le temperature polari che l'hanno per buona parte generato. Comunque, un segnale da non sottovalutare, non fosse altro perché, nei prossimi mesi, la Federal Reserve metterà sempre meno benzina gratis nel serbatoio dell'economia Usa.

Se la contrazione subita tra gennaio e marzo, una battuta d'arresto che ha sorpreso gli analisti ed è la prima dopo quella (-1,3%) del first quarter 2011, sia solo un fatto episodico lo si saprà presto. Gli esperti contano su un pieno recupero già nel secondo trimestre, quando l'economia dovrebbe viaggiare a un ritmo di crescita del 3,5%, e non vogliono neppure sentir parlare di un nuovo tuffo nella recessione (il famigerato double dip), ma in certi casi la prudenza non è mai troppa. A Wall Street, comunque, lo Standard&Poor's ha messo a segno ieri una altro record.

È vero: l'ondata di gelo che lo scorso inverno ha paralizzato, quasi da costa a costa, gli Stati Uniti, ha avuto un ruolo determinante e superiore alle aspettative nel calo della ricchezza nazionale e nell'afflosciarsi delle scorte aziendali. La Casa Bianca, richiamando proprio le avverse condizioni meteo, ha parlato di «temporaneo rallentamento della crescita». Disaggregando il dato, si possono però fare scoperte interessanti. La prima: i consumi privati, la colonna portante che contribuisce per oltre il 70% al prodotto lordo a stelle e strisce, sono cresciuti del 3,1%. Un ottimo risultato, se non fosse legato alle spese sostenute nei servizi. Che significa? Che dalle case agli uffici, dagli ospedali alle fabbriche, il freddo polare ha costretto tutti ad alzare a palla i termostati per riscaldarsi. Consumi sì, ma di metano.

Insomma: un'America che batte i denti e limita lo shopping (gli acquisti di beni fisici sono aumentati appena dello 0,7%) e che - punto secondo - stenta a esportare il proprio made in nonostante un dollaro anemico: -6% le esportazioni, con ricadute sui profitti aziendali calati a 1.880 miliardi di dollari. Difficoltà a collocare i prodotti oltre confine in parte attribuibile al rallentamento della Cina e alla scarsa domanda europea. L'euro forte non è riuscito a controbilanciare la crisi dei consumi determinata dalla faticosa uscita di molti Paesi dalla recessione. La stessa Spagna, il cui Pil è salito dello 0,4% nel primo trimestre, non può dormire sonni tranquilli. Alcuni commentatori, del resto, hanno letto le recenti rivelazioni dell'ex segretario al Tesoro Usa, Tim Geithner, sul complotto franco-tedesco ai danni dell'allora premier Silvio Berlusconi come un messaggio lanciato all'Eurozona, e alla Germania in particolare, perché abbandoni l'austerity per abbracciare una politica orientata alla crescita e alla creazione di posti di lavoro.

La Casa Bianca occuperà un'ideale prima fila nella riunione di giovedì prossimo in cui la Bce dovrebbe finalmente dispiegare il proprio arsenale di armi convenzionali (taglio dei tassi e nuova ondata di liquidità) per contrastare i rischi di deflazione e per ammorbidire l'euro. La prospettiva di una rivalutazione del dollaro, in parte già avvenuta nelle ultime due settimane, non sembra spaventare l'America se, in cambio, le misure di Draghi riusciranno a stimolare i consumi di Eurolandia, un mercato troppo importante per gli Usa.

Di sicuro, con la Bce pronta ad agire e grazie all'esito del voto, si sono create le condizioni più favorevoli per le aste del Tesoro. Ieri sono stati collocati 5,75 miliardi di Btp e 1,75 miliardi di CctEu con tassi ai nuovi minimi (3,01% per decennale, un livello mai visto). A fine maggio, il Tesoro ha già superato la boa di metà anno: il 51% del fabbisogno 2014 è coperto.