Generali, Caltagirone spinge per il direttore generale

«Carica prevista dallo statuto, logico trovarne un altro». Ma Donnet non ha fretta

Camilla Conti

«La carica di direttore generale è prevista dallo statuto. È andato via un direttore generale, è logico che se ne trovi un altro, è normale». Parola di Francesco Gaetano Caltagirone, che del Leone oggi ha il 3,65% ed è anche vicepresidente. Al suo arrivo all'assemblea annuale degli azionisti riunita ieri a Trieste, l'imprenditore ha commentato così le voci di una prossima nomina di un dg dopo l'uscita a fine gennaio di Alberto Minali. Tema che ancora non è stato affrontato in cda, «se ne parlerà quando è il momento» hanno precisato sia Caltagirone sia l'ad della compagnia, Philippe Donnet. Per compensare il peso della promozione del manager transalpino, ex Axa, i grandi soci più preoccupati per l'italianità del gruppo - come Del Vecchio ma soprattutto Caltagirone - avevano ottenuto dall'azionista di maggioranza relativa Mediobanca che Minali fosse direttore generale con deleghe di rilievo, tra cui la finanza. Il tandem non è andato a regime e la situazione è precipitata fino all'uscita del dg, mai rimpiazzato. Il messaggio lanciato ieri dall'azionista romano sulla necessità di non lasciare vuota la poltrona sembra dunque chiaro: l'innesto di una figura manageriale di riferimento a supporto (e bilanciamento) dell'ad sarebbe gradito. Anche perché tutte le funzioni operative di Minali sono ora in mano a Donnet. E non è un caso se mercoledì scorso lo stesso Caltagirone ha sottolineato che «ci si difende da pericoli e un'offerta non è sempre un pericolo, va valutata dopo averla conosciuta» riferendosi alle barricate subito alzate dai manager del Leone di fronte a un'eventuale mossa di Intesa (investendo circa un miliardo per le azioni della banca). Sulla questione del dg era intervenuto lo scorso 20 aprile, usando altri toni, Lorenzo Pellicioli: «Il mio giudizio su Donnet è strapositivo, tocca all'ad fare una proposta su come organizzare la governance dell'azienda, se l'ad pensa che ci debba essere, quando farà la proposta, valuterò», aveva detto l'ad di De Agostini che ha l'1,76% del Leone ed è un interlocutore di peso negli equilibri delle Generali.

In attesa che si trovi la quadra sulla squadra manageriale, ieri a Trieste i soci hanno approvato (con il sì del 98,2% dei presenti) il bilancio 2016, chiuso con un utile netto di 2,1 miliardi, ma anche la nomina e il compenso del Collegio Sindacale, la relazione sulla remunerazione, il piano di incentivi di lungo termine di gruppo e il piano azionario per Donnet (con l'87% dei voti presenti a favore). All'assemblea ha partecipato il 52,2% del capitale sociale, Mediobanca con il 12,98%, il gruppo Caltagirone con il 3,65% e la Delfin di Leonardo Del Vecchio con il 3,16% mentre i fondi esteri rappresentano il 24,4%, una percentuale superiore rispetto al 19,8% dell'anno scorso. Confrontando la quota con quella dei soci stabili, sostanzialmente i pesi si equivalgono. Entro 30 giorni verrà pubblicato il verbale assembleare da cui si capirà come hanno votato gli investitori stranieri sui singoli ordini del giorno.