Generali senza Greco al test dei fondi

Una quota di investitori esteri pronta a votare per la lista Mediobanca. Segnali di guerra, invece, in Snam e Anima

Camilla Conti

Marcello Zacché

Quella di oggi a Trieste è la prima assemblea, dal 2013, senza l'ex ad Mario Greco, nonché quella che segna il debutto del suo successore Philippe Donnet. Ma è anche un banco di prova per i nuovi equilibri interni all'azionariato del Leone che oggi dovrà approvare il nuovo cda. Nel 2013 i fondi italiani ed esteri possedevano poco più del 14% delle azioni e con il 30% del capitale partecipante avevano votato compatti la lista di Assogestioni. Oggi i pesi sono molto diversi: in assemblea sono stimate presenze per il 48-49%, del capitale di cui circa il 20% in quota ai fondi internazionali organizzati e la parte restante del 28% circa in capo ai soci storici raccolti intorno a Mediobanca (che detiene il 13,2% della compagnia assicurativa), De Agostini, Caltagirone, Del Vecchio, con altri soci rilevanti con meno del 2% e un po' di retail di «peso». Ebbene, secondo attendibili previsioni, la lista di Assogestioni potrebbe conquistare un 15-16%. Ciò significa che una parte (il 4-5%) degli investitori istituzionali convergerebbe sulla lista Mediobanca, dando in questo senso un segnale di gradimento, nonostante un po' di veleni circolati in queste settimane sui requisiti dei consiglieri indipendenti. In particolare sulla posizione di Alberta Figari, avvocato dello studio legale Clifford Chance, di cui Generali e Mediobanca sono clienti. Dell'indipendenza di Figari Consob ha chiesto conto a Generali.

In ogni caso si tratta di un segnale forte del nuovo assetto assembleare del capitalismo italiano: nocciolini, patti e sindacati vari non possono più fare bello e cattivo tempo di fronte a investitori potenzialmente in maggioranza. In questo 2016 lo si era già capito all'assise di Ubi lo scorso 2 aprile, quando il voto sul consiglio di sorveglianza è stato a favore della lista di minoranza, appoggiata dalle Sgr e dai fondi di investimento. Precedentemente era successo a Telecom Italia, a Unicredit, nonché ad Azimut, in occasione del rinnovo del collegio sindacale.

La presenza degli istituzionali esteri è fortemente aumentata perché le regole del gioco sono cambiate e i fondi partecipano in massa alle assemblee grazie al meccanismo del record date: non devono più tenere bloccate le azioni da depositare per il voto. Il record date (7 giorni lavorativi prima dell'adunata) scatta una fotografia dei soci e da quel momento certifica il diritto a votare.

Come poi il voto si distribuisca tra le varie liste può diventare una scelta strategica, sulla quale serve di volta in volta l'analisi del voto. Calzante, in questo senso, è l'esempio di ieri alla Snam, dove il Tesoro ha preso uno schiaffone ed è finito in minoranza: la lista di Assogestioni è stata la più votata (34,9%) per il rinnovo del vertice e tutti e tre i suoi candidati sono stati eletti nel cda (di 9 poltrone). Mentre la lista Cdp è arrivata seconda (33,85%), con sei candidati, ma ne ha visti eletti nel board solo tre (Carlo Malacarne, Marco Alverà e Alessandro Tonetti). Per gli altri tre si è ricorso a una seconda votazione, con i fondi che hanno optato per uscire all'assemblea. Singolare, infine, il caso dell'assemblea di Anima che, sempre ieri, ha approvato bilancio e altri punti all'ordine del giorno, ma non ha votato sulla nomina di un amministratore, rinviando la decisione a una successiva assemblea. Per evitare la bocciatura.