Generali va verso la corrida delle obbligazioni bancarie

Il Leone potrebbe aprire il paracadute su Carige, dove è esposta per 80 milioni. Genova divisa sull'aumento

La strada segnata dal Monte dei Paschi con la conversione di 4,3 miliardi di euro di bond subordinati potrebbe essere seguita nei prossimi mesi da altre banche in difficoltà per fare cassa e attutire l'impatto di eventuali ricapitalizzazioni. Compresa Carige che al momento ha in pancia sette obbligazioni «sub» per un totale di circa 690 milioni.

Uno di questi, il cosiddetto «Tier 1» da 160 milioni, è stato collocato riservatamente alle Generali che oggi sarebbero esposte per 80 milioni. Il Leone di Trieste ha già deciso che convertirà i prestiti subordinati del Monte, che ha in portafoglio, diventando (vedremo se temporaneamente) un azionista rilevante di Rocca Salimbeni. Farà lo stesso con i genovesi? Durante la presentazione del piano strategico a Londra, il cfo della compagnia Alberto Minali ha detto che l'esposizione di Generali verso le banche è «inferiore all'1% del totale degli attivi. Di questi il 40% è legata a bond subordinati». Bruscolini, insomma, per un gruppo così grande. Che però deve fare ancora i conti con l'eredità delle vecchie gestioni, perché alcuni bond erano stati acquistati quando al timone c'era l'ad Giovanni Perissinotto. Come quello Mps, lanciato nel marzo del 2009. Altri erano stati emessi dalla stessa compagnia e sottoscritti dall'azionista Mediobanca. Nel bilancio 2015, si legge che fra i rapporti con «parti correlate» ci sono anche quelli in essere con l'istituto di Piazzetta Cuccia (oggi socio al 13%) per 624 milioni di euro di obbligazioni sottoscritte e 113 milioni di finanziamenti passivi. Un'intensa attività finanziaria continuata anche con Mario Greco che avrebbe distratto il management dall'attività industriale: «Non è un caso se la distanza fra la capitalizzazione del Leone e quella dei suoi concorrenti si è allargata considerevolmente», fa notare un analista: il gruppo oggi guidato da Philippe Donnet capitalizza quasi 19 miliardi, Allianz 68,3 e Axa oltre 54.

Quanto ai legami fra Generali e Carige, risalgono al 2006: nel maggio di quell'anno - al tempo a Genova comandava ancora il dominus Giovanni Berneschi poi finito nei guai - c'era stata una sorta di scambio. La banca aveva sottoscritto lo 0,2% del Leone e Trieste era entrata nel capitale della Cassa con l'1,7%. Quota che nel giugno 2015 risultava sopra il 5% (detenuta attraverso fondi di investimento), comunque prima dell'aumento di capitale che poi ha segnato l'ascesa di Malacalza Investimenti, ora al 17,58% dell'istituto ligure. Proprio per la famiglia genovese capitanata da Vittorio Malacalza si sta facendo salato il conto della nuova avventura: il terremoto che ha travolto il sistema creditizio tricolore in Borsa, fra Brexit, stress test europei ed «effetto referendum», al momento sta costando 226 milioni di euro. Le azioni Carige sono state messe a bilancio della cassaforte Malacalza Investimenti per 263,4 milioni e il prezzo medio di carico era intorno a 1,7 euro per azione. Ma oggi il titolo viaggia attorno ai 25 centesimi e la quota vale circa 37 milioni.

La Bce ha chiesto a Carige di ridurre i crediti problematici dai 7 miliardi attuali a 3,7 entro il 2019. La banca ha risposto con le sue osservazioni il 3 novembre e il confronto continua, mentre Francoforte avrebbe concesso una proroga fino a febbraio per presentare l'aggiornamento del piano.

L'obiettivo è evitare un nuovo aumento di capitale stimato attorno di 500 milioni. Fantasma che - se si manifestasse - potrebbe vedere la famiglia Malacalza divisa fra un Vittorio pronto a restare in partita e i figli Davide e Mattia meno disposti a nuovi sacrifici. A meno che, come è successo a Siena, non si apra il «paracadute» dei bond subordinati e non arrivi l'assist da Trieste.