Giallo dei chip cinesi, Nasdaq a picco

Sarebbero colpite 30 aziende Usa e il governo, ma tutti hanno smentito

Marcello Astorri

Un vento tempestoso spira sui titoli tecnologici del pianeta. Giovedì 4 ottobre il Nasdaq ha fatto segnare il ribasso più consistente da giugno (-1,8%). E ieri alle 20 italiane sprofondava oltre il 2%. Super Micro, grande produttore di hardware della California, ha polverizzato il 40% del suo valore di Borsa. Perdono Apple (-2,9%) e Amazon (- 2,29%). Lenovo, che vende computer negli Usa, ieri ha ceduto il 15% alla borsa di Hong Kong. In Europa ci sono state raffiche di vendite su produttori come StMicroelectronics (-5%), Infineon (-3,5%), Asml (-1,8%).

Il caso nasce da un'inchiesta apparsa su Bloomberg Business Week, basata su interviste a fonti governative e aziendali. Per comprendere meglio, viene in aiuto la storia della conquista di Troia. Nel terzo millennio, i greci sono cinesi e non ci sono cavalli di legno, ma chip grandi come chicchi di riso impiantati nei server delle aziende. I segreti industriali e le informazioni riservate del governo americano sono la città da espugnare.

Tutto parte da Super Micro Computer, produttore di schede madri e data center, delle gigantesche banche di memoria di cui si servono le aziende. Tra i suoi clienti ci sono Amazon, Apple e aziende che lavorano per il governo Usa. Super Micro fa assemblare i suoi prodotti in Cina. E proprio nelle fabbriche dell'ex Celeste Impero sarebbero stati introdotti furtivamente chip funzionali agli hacker dell'esercito cinese per trafugare dati riservati che valgono la supremazia globale. Sono coinvolte 30 aziende, tra cui Apple e Amazon. Ma a questo punto chiunque faccia assemblare prodotti in Cina (o abbia avuto come fornitore Micro Computer) potrebbe non essere al sicuro. I chip sarebbero stati scoperti nel 2015. E i colossi americani sono corsi ai ripari sostituendo l'hardware infetto. Da lì è partita un'inchiesta federale. Apple, Amazon e Super Micro hanno negato con forza l'esistenza dei chip. Anche il governo cinese ha detto di aver sempre lavorato per la sicurezza dei dati e che sono accuse gratuite. Ciò non toglie che una storia così, di questi tempi, sia più che verosimile.

Commenti

mariod6

Lun, 08/10/2018 - 19:36

Fate pure produrre in Cina a prezzi da fame, poi il conto arriva tutto assieme. La stessa storia vale per l'industria meccanica ammazzata dalla concorrenza indiana e cinese e turca. In quei paesi la paga giornaliera dell'operaio specializzato è pari a quella oraria di un operaio di linea italiano. E poi pretendiamo anche di essere competitivi ???