Grazie a «Manifattura Italia» le imprese reggono alla crisi

Crescono i privati che innovano e vanno all'estero. Aziende pubbliche «bancomat» dello Stato. Si arrendono Tlc e media

Mentre il governo continua a utilizzare le nostre industrie energetiche (Eni ed Enel in testa) come un «bancomat» da cui prelevare denaro per alimentare la spesa pubblica, l'economia italiana cammina appoggiandosi sulle spalle di pochi capitani d'industria che riescono a far crescere le proprie aziende anche perché agiscono dribblando pastoie burocratiche e riti sindacali dello Stivale.

Il volume R&S, compilato come ogni anno dall'ufficio studi di Mediobanca dopo aver passato al setaccio i conti dei 40 big quotati in Piazza Affari, conferma che la Penisola arranca: nel 2013 il fatturato della corporate Italia è sceso del 5%, appesantito da entrambi i versanti delle Alpi dalla frenata del Pubblico (-7,7%). Piazzetta Cuccia ha immortalato la situazione quando erano in carica gli esecutivi Monti-Letta, ma anche con Matteo Renzi non sembra essere cambiato molto, perché ancora a marzo i colossi italiani hanno visto evaporare un altro 2,8% dei ricavi, proprio per la frenata dei big dello Stato (-7,6%). Questi ultimi perdono peraltro terreno anche sul fronte della competitività mostrando, complice probabilmente alcuni lacciuoli politico-sindacali, una produttività per addetto (+6,6% dal 2009) che non riesce a tenere il passo con l'aumento del costo del lavoro (+10%).

L'architrave del sistema industriale del Paese resta quindi la sua manifattura privata (+1,5% il fatturato). Un mondo che esporta, ragiona con una logica globale e cerca di legare il salario alla produttività. Per essere più chiari, a spingere di più i ricavi nel 2012-2013 sono stati Recordati, Campari e Brembo, mentre Luxottica, Pirelli, De Longhi ed Exor-Fiat (dopo l'acquisto di Chrysler) sono quelle che meglio hanno ovviato al blocco dei consumi nazionali dovuto alla recessione, mettendo a segno all'estero più di 9 vendite su dieci.

All'opposto, in coda sfilano Telecom Italia (-20,6%) che, pur rappresentando con la sua Rete una realtà strategica per il Paese è paralizza dai debiti, e Rcs (-17,7%) che somma al crollo del settore editoriale i litigi tra i suoi grandi soci per il controllo del Corriere della Sera .

A vincere quanto ai profitti tra il 2009 e il 2013 continuano comunque a essere i big pubblici dell'energia, con Eni (30,5 miliardi) ed Enel (18,2 miliardi) in testa. Denaro che è finito poi in buona parte nelle casse di Tesoro e Comuni sotto forma di 11,9 miliardi di dividendi come confermano gli elevati «dividend yield» del comparto (Eni 6,6%, Terna 7%). Reso merito alla squadra di punta della manifattura - che raggruppa colossi come quelli di Sergio Marchionne, Leonardo Del Vecchio, Alberto Bombassei o Giovanni Recordati - anche la condotta dei «capitani coraggiosi» denuncia però molti difetti. Fa riflettere, infatti, che il settore manifatturiero sieda su 36 miliardi di liquidità, risorse in ultima analisispesso sotto-utilizzate o comunque negate agli investimenti, quando i più grandi colossi pubblici ne hanno 24 miliardi.

Questa «Manifattura Italia» continua, inoltre, a essere legata alle logiche dei vecchi prestiti bancari (i bond rappresentano la metà dei debiti a medio-lungo termine contro il 79% delle realtà pubbliche). Così come stridono i superstipendi che si auto-assegnano presidenti, amministratori delegati e altri top manager. Senza considerare che gli stessi amministratori si rivelano spesso non solo accentratori, ma anche veri collezionisti di poltrone: Marchionne cumula, per esempio, sette cariche (tutte interne a Fiat), Monica Mondardini, gran capo delgruppo Cir, ne conta sei. Segue una nutrita pattuglia che si accontenta di quattro incarichi.

Ristagna l'occupazione nelle grandi imprese italiane. Solo la manifattura segna un incremento rispetto al 2012 (+4,2%), soprattutto all'estero (+5,8%)

Più titoli di Stato per le banche. Il portafoglio in bond dei Paesi periferici dell'area euro passa dai 140,8 miliardi del 2011 ai 213,8 del 2013 (+73 miliardi)

Per le banche italiane resta il nodo delle perdite su crediti. Nel 2013 equivalgono al 51,7% dei ricavi (25,3% nel 2009), pari al 21,3% del patrimonio netto