La Grecia di Tsipras verso il baratro

La sinistra ha rovinato il Paese. Per Renzi è una lezione sui rischi di populismo finanziario e politica degli annunci

di Francesco Forte

Il caso greco, con il duo Tsipras e Varoufakis, il capo del governo di sinistra populista e il ministro snob, che gioca d'azzardo, sta diventando un tormentone per l'Europa, per l'Italia e soprattutto per la Grecia medesima, che ha 11 milioni di abitanti e un Pil di 190 miliardi, solo il 2% dell'area euro che ormai supera i 9 mila miliardi.

L'autunno scorso la Grecia era in ripresa e quest'anno poteva migliorare, con l'aiuto della manovra espansiva della Bce. Ma le elezioni sono state vinte dal giovane Tsipras che, con la sua nuova sinistra, ha promesso mari e monti. Ma non è in grado di rimborsare il debito in scadenza, perché le casse del suo Tesoro sono vuote. In cambio di aiuti il nuovo governo dovrebbe fare le riforme, ma ciò comporta la rinuncia al suo programma che contempla: ripristino del sistema di contrattazione sindacale collettiva nazionale; assunzioni con il posto fisso nel pubblico impiego; impossibili aumenti salariali mediante la legge sul salario minimo; e rinuncia alle privatizzazioni per salvaguardare gli attuali intrecci con il partito di governo.

Tsipras non vuole fare le riforme, chiede tempo e deroghe. Varoufakis dice di sì a Draghi e all'eurogruppo, esce dalle riunioni sorridendo, ma poi fa il contrario. Adesso la Grecia è una bomba a orologeria, con il timer temporaneamente bloccato da Draghi e da Bruxelles. Ma prima o poi scoppia. Anzi, a questo punto, più prima che poi. Non sappiamo che cosa accadrà a noi, con questo scoppio. Però sappiano che qualunque cosa accada, il governo di Tsipars - di cui Varoufakis è l'esecutore che in cambio di un posto onorifico ha accettato di prendersi tutte le colpe con l'aria imperturbabile - manderà la Grecia al disastro.

Se, come è più probabile, Atene sarà commissariata da Fmi, Bce e Ue, cioè dai suoi maggiori creditori, la Grecia sarà spolpata sino all'osso e oltre. Non solo a beneficio di chi vanta crediti incagliati, ma anche di gruppi finanziari ed economici interessati a quel che resta dei suoi gioielli ed eventualmente ad eliminare qualche residuo di concorrenza scomoda. La disoccupazione in Grecia, aumenterà, la classe media e quella operaia staranno peggio di adesso e degli scorsi anni di sacrifici resi inutili. E rimpiangeranno il governo di destra, che hanno lasciato per quello di sinistra. I greci ricchi, nel frattempo, avranno spostato le loro fortune all'estero, ove in gran parte già sono. Se invece la Grecia uscirà dall'euro, come avrebbe potuto fare prima della ristrutturazione del suo debito, si troverà inseguita dai creditori, con l'inflazione elevata e la mancanza di credibilità. I salariati faranno la fame, i risparmiatori si troveranno con carta straccia in mano, salvo quelli che si stanno spostando all'estero o ci sono già. Nel primo caso, Draghi, con Atene strangolata, dirà che l'euro è irreversibile. Nel secondo caso, con Atene inflazionata e ridotta in stracci, dirà che la Grecia valeva solo il 2% del Pil dell'eurozona e perciò si è deciso di a mandarla a rovinarsi da sé e la lezione vale per chi nell'euro c'è e non fa le riforme.

Ma non si tratta di domandarsi se Draghi ha ragione, bensì di chiedersi se Renzi ha capito dove si fa a finire con il populismo finanziario e con al politica degli annunci, stile Tsipras-Varoufakis. Con una variante: che l'Italia non vale il 2% del Pil dell'eurozona, ma il 18%. Ciò comporta che se la bomba ad orologeria esplode, può far esplodere l'intera eurozona. Sicché la prima soluzione, quella del commissariamento, è molto più probabile della seconda. Ma Draghi, se l'Italia sarà commissariata, potrà comunque dire che Roma si è rovinata da sé, perché non ha approfittato delle condizioni favorevoli offerte dall'attuale scenario, per fare ciò che è stato chiesto da Francoforte ed Eurogruppo e che in verità chiederebbero tutte le persone di buon senso in Italia: cioè il taglio delle spese anziché l'aumento delle imposte, la riforma del mercato del lavoro con i contratti decentrati, le liberalizzazioni e le privatizzazioni. Senza le quali non c'è la crescita. Il metodo «greco» di mance e mancette e del sorriso ottimista che serve per vincer le elezioni, fa guadagnar tempo, ma poi c'è il rovescio della medaglia.

Commenti
Ritratto di alejob

alejob

Mar, 28/04/2015 - 13:35

di Francesco, parla sempre colui che dovrebbe star ZITTO.