Guerra aperta sull'aumento Rcs

La fronda contro l'aumento di capitale di Rcs ieri si è manifestata ufficialmente. Diego Della Valle e Gilberto Benetton, soci fuori dal patto che detengono rispettivamente l'8,8 e il 5%, hanno inviato una lettera al consiglio di amministrazione preannunciando l'intenzione di votare «no» alla ricapitalizzazione da 400 milioni che sarà deliberata dall'assemblea di fine maggio.
Considerato che il fronte del patto, guidato da Fiat, Intesa e Mediobanca ha garantito il 50% dell'operazione - orchestrata da Piazzetta Cuccia e dal Credit Suisse - riducendo l'impegno iniziale previsto dal consorzio (di cui fanno parte anche Unicredit, Bnl, Ubi e Bpm) attorno al 41%, l'iniziativa in sé sarebbe simbolica. Se non ci fosse un piccolo dettaglio. Nell'accordo parasociale di Via Solferino, che riunisce il 58% del capitale, solo il 43% del capitale si è espresso favorevolmente all'immissione di risorse giacché i Pesenti con il loro 7% stanno ancora valutando. Così come sta meditando sul da farsi anche Giuseppe Rotelli che con il suo 16,5% è il primo socio individuale sebbene fuori dal patto. Bisogna inoltre ricordare che Mister Tod's aveva già inviato ben due lettere al presidente di Rcs, Angelo Provasoli, minacciando azioni legali se l'aumento non fosse stato ripensato.
Questa è l'unica vera grande novità emersa dal cda di ieri, durato oltre cinque ore e mezzo e conclusosi intorno alle 21. Sul tavolo dell'ad Pietro Scott Jovane e degli altri consiglieri i conti trimestrali della capogruppo. Il periodo gennaio-marzo è stato particolarmente negativo e il rosso rende ancor più necessario dar corso alla ricapitalizzazione, visto che le perdite hanno eroso il patrimonio. I parametri dell'aumento saranno fissati da un board da convocare entro le prossime due settimane.
Quasi al completo, ieri, il consiglio con l'eccezione di Carlo Pesenti, Giuseppe Rotelli e Giuseppe Vita. Presente, invece, il dimissionario Paolo Merloni. La lettera di Benetton e Della Valle ha fatto riaffiorare quelle discordie ormai manifeste tra i soci. Anche all'interno del patto dove la famiglia Merloni con il 2% ha messo in discussione il progetto chiedendo senza successo la disdetta anticipata dell'accordo parasociale.
Si è infatti formato il convincimento che l'operazione sia troppo «punitiva» per i soci industriali e troppo «premiante» per il ceto bancario. Le linee di credito ristrutturate dell'editrice sono scese da 800 a 575 milioni e parte significativa dei proventi dell'aumento sarà utilizzata per il rimborso dei finanziamenti a più breve scadenza. Insomma - è il ragionamento - non solo si devono sottoscrivere nuove azioni pena una diluizione pesantissima (Banca Akros stima che il prezzo delle nuove azioni possa essere fissato attorno a 0,2 euro, mentre altri broker ipotizzano un maxiaccorpamento delle azioni in stile Fonsai), ma questi proventi non saranno nemmeno impiegati nel rilancio della casa editrice della quale era stata messa in discussione la sopravvivenza.