Guidi: «Per Ilva cinque pretendenti anche italiani»

Ilva in prima linea, sul fronte industriale e su quello giudiziario. Fabio Riva, figlio del defunto patron dell'Ilva Emilio, è stato condannato a 6 anni e 6 mesi di reclusione al termine del processo sulla truffa allo Stato di Riva Fire, holding che controlla il colosso siderurgico di Taranto, di cui era vicepresidente. Insieme a lui sono stati condannati per associazione a delinquere e truffa, rispettivamente a 5 e 3 anni, l'ex presidente della finanziaria elvetica Eufintrade, Alfredo Lomonaco, e Agostino Alberti, ex consigliere delegato di Ilva Sa, società creata ad hoc in Svizzera per aggirare la legge Ossola sull'erogazione dei contributi pubblici destinati alle imprese che esportano all'estero.
Una truffa che avrebbe permesso a Riva Fire di sottrarre dalle casse dello Stato italiano risorse complessive per circa 100 milioni. Per Riva, latitante da tempo a Londra, è stata disposta l'interdizione perpetua dai pubblici uffici. Sul banco degli imputati c'è anche la Riva Fire, condannata, ai sensi della legge sulla responsabilità degli enti, a pagare una multa di 1,5 milioni. La sentenza stabilisce il divieto per Riva Fire di beneficiare per un anno di contributi pubblici, mentre la controllata Ilva dovrà restituire le somme già ricevute da Simest sotto forma di sussidi all'export. I giudici della terza sezione penale del Tribunale di Milano hanno anche disposto a carico di tutti gli imputati una confisca fino a 91 milioni. Dovranno poi versare nelle casse del Ministero dello Sviluppo, che si era costituito parte civile, una provvisionale di 15 milioni.
E il futuro del colosso di Taranto? «Per l'Ilva ci sono 5 manifestazioni di interesse, tra cui quella di ArcelorMittal - dichiara ai giornalisti Federica Guidi, ministro dello Sviluppo - a uno stadio di selezione avanzato». Anche italiane? «Non posso escluderlo». Tempo fa hanno espresso interesse i gruppi Marcegaglia e Arvedi, anche se i franco-indiani di Arcelor Mittal restano i candidati più accreditati.
L'obiettivo del governo «è una soluzione industriale che garantisca massima produttività e occupazione», aggiunge il ministro, spiegando come la priorità sia «mettere in sicurezza la liquidità dell'Ilva, e ci stiamo provando». Poi si potrà «proiettare l'azienda verso una nuova compagine azionaria».
Dal canto suo, il commissario straordinario dell'Ilva, Piero Gnudi, ha detto che il pool di banche creditrici è disponibile a concedere all'azienda siderurgica un prestito ponte, anche se difficilmente saranno i 650 milioni già richiesti. «Stiamo trattando. La cifra probabilmente sarà inferiore ma la disponibilità delle banche c'è», dice ai cronisti l'ex ministro, nominato il mese scorso alla guida dell'azienda, commissariata un anno fa dal governo per attuare la bonifica ambientale. Secondo fonti bancarie, l'orientamento degli istituti (Intesa Sanpaolo, UniCredit e Banco Popolare) è quello di concedere un prestito per un importo di circa un terzo rispetto alla richiesta di Gnudi, subordinato ad alcune condizioni, prima tra tutte, appunto, la presentazione di una manifestazione di interesse da parte di un potenziale partner industriale.