I lapilli di Pompeo

Quando in una società partecipata pubblica vi sono più amministratori che siedono comodamente in inutili consigli di amministrazione che lavoratori negli uffici cosa dobbiamo pensare? Che l'Italia se la passa male. E che la politica è la prima responsabile di questo scempio economico. Altro che spending review.

È la fotografia di un Paese in profondo deficit civico: nella p.a. tutto risulta fuori controllo, senza un senso concreto che eviti questo intollerabile spreco dei nostri denari. Adoperarsi per rimettere in sesto i conti dell'azienda Stato in perenne rosso dovrebbe essere la conditio sine qua non per allacciare un rapporto con i cittadini sfiduciati e arrabbiati. Risparmiare significa chiudere per sempre quella moltitudine di «scatole vuote» dove si ritagliano un posto al sole manager che tutto devono ai benefici viziosi della relazione politica. Nel Belpaese ci sono tra le 500 e le 800 società di stretta osservanza pubblica che esprimono la poco invidiabile caratteristica di centri di gravità permanente per dirigenti privilegiati. Che non si sa bene cosa dirigano. E questo disarmante scenario vero mistero buffo all'italiana non è tratteggiato da qualche irriducibile della società civile, ma appartiene al recente documento prodotto dal ministero dell'Economia. Come a dire che la situazione è nota. Ma, al di là di canoniche frasi di circostanze, nessuno ha intenzione di avviare la stagione dei tagli. In un'azienda privata quando i conti non tornano si interviene in fretta, drasticamente. L'azienda Stato tagli i cda delle sue partecipate, consessi inutili e dannosi. E per non dover improvvisare, come sempre, nomini dei commissari ad acta che in 60 giorni forniscano una relazione puntuale sulle singole società. A seguire i provvedimenti. Si incominci da lì. Con un segnale forte.

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