I nuovi dazi di Trump piegano le Borse

Draghi preoccupato: «Riattiveremo il Qe, se necessario». Le banche salvano Milano

Come in una rissa da strada: prima le minacce e gli insulti, poi qualche spintone, e infine i cazzotti. Nella guerra a colpi di dazi, Stati Uniti e Cina sono giunti alla terza fase, quella della randellate. È a una gara a chi mena più forte. Donald Trump ha presentato ieri a Pechino l'ennesimo conto salato: stavolta è di 200 miliardi di dollari, sotto forma di tariffe punitive che andranno a colpire le esportazioni del Dragone. È la risposta alla maggiore tassazione imposta da Pechino su 659 prodotti importati dagli Usa, tra cui i fagioli di soia, i frutti di mare e le automobili, per un totale di 50 miliardi. Giusto per ricordarlo, le misure prese venerdì scorso da Pechino erano a loro vota una forma di ritorsione nei confronti dei dazi di pari ammontare disposti da Washington su oltre 1.100 beni cinesi. Che, davanti all'ultimo schiaffo trumpiano, non ha certo porto l'altra guancia denunciando «la pratica di ricatto ed estrema pressione» messa in atto dalla Casa Bianca e minacciando una «ferma reazione» con contromisure «qualitative» e «quantitative».

Insomma: siamo al tit for tat, il pan per focaccia, elevato all'ennesima potenza in una spirale infinita che sta preoccupando seriamente le Cancellerie di tutto il mondo, il Fondo monetario e la Bce. Mario Draghi, ieri al Forum sul Central banking di Sintra, in Portogallo, ha individuato proprio nella «minaccia di un aumento del protezionismo globale stimolato dall'imposizione di dazi su acciaio e alluminio da parte degli Stati Uniti» uno dei rischi maggiori per la crescita globale. In prospettiva, lo scoppio di una guerra commerciale su scala mondiale può essere la variabile in grado di scardinare i piani di uscita dell'Eurotower dal quantitive easing. Il bazooka dovrebbe essere rottamato a fine dicembre (da ottobre, lo shopping mensile sarà però dimezzato a 15 miliardi di euro), ma dopo averlo già sottolineato giovedì scorso in conferenza stampa, Draghi è tornato ieri a ribadire che il programma di acquisto titoli «può essere sempre ripreso se dovessero emergere situazioni al momento impreviste». È del resto logico che Francoforte, pur avendo stabilito la deadline del Qe, si tenga le mani il più possibile libere, potendo contare sul fatto che il rialzo dei tassi non sarà nei prossimi mesi (e forse per oltre un anno) oggetto di discussione.

Il crescendo di tensioni sino-americane ha ieri travolto le Borse asiatiche (Shenzen, la peggiore, ha perso il 5,7%), è passato senza strascichi su Piazza Affari (invariata grazie al rally delle banche), ma ha visto Parigi e Francoforte cedere oltre l'1% e Wall Street bruciare, a un'ora dalla chiusura della seduta (-1,17%), tutti i guadagni accumulati da inizio gennaio. Ai mercati certo non piace il braccio di ferro commerciale. Temono un'escalation senza fine delle misure di riequilibrio. Il fronte caldo si sta peraltro allargando, con la Russia che ieri ha annunciato di essere pronta a colpire gli Usa con dazi aggiuntivi. Delicati equilibri geo-politici vengono quindi toccati. E proprio su questo punto, alcuni osservatori non escludono la possibilità che Pechino scelga una rappresaglia diplomatica per vendicarsi degli Usa. Come? Imponendo al leader nord-coreano Kim Jong di affossare l'accordo per lo smantellamento del nucleare. Di sicuro, il Dragone ha ancora parecchie munizioni da sparare per replicare a Trump. Da un giro di vite alle imprese Usa sul territorio cinese, fino a una svalutazione dello yuan. Poi, c'è l'arma nucleare: la liquidazione, graduale o brutale, dei bond americani per un controvalore di 1.200 miliardi di dollari in possesso del Paese guidato da Xi Jinping. Opzione da maneggiare con grande cautela: il rischio di azionare un boomerang atomico è alto.