Gli indiani di ArcelorMittal ipotecano Ilva

La cordata con Marcegaglia e Intesa batte Cdp. E il Mise frena: «Nessuna decisione»

La cordata guidata da ArcelorMittal - multinazionale dal Dna «misto» indiano-franco-lussemburghese nata su impulso del magnate indiano Lakshmi Mittal - e in cui militano Marcegaglia e Intesa Sanpaolo è a un passo dall'Ilva. I commissari Corrado Carruba, Piero Gnudi ed Enrico Laghi hanno consegnato al governo la graduatoria delle offerte e quella della Am Investco Italy risulterebbe in vantaggio sulla rivale AcciaItalia (costruita dal governo Renzi) e che rappresenta lo Stato italiano tramite Cassa Depositi e Prestiti (27,5%) con Del Vecchio (27,5%), Arvedi (10%) e l'indiano Sajjan Jindal (35 %).

Il condizionale è, tuttavia, d'obbligo. Non solo perché la decisione finale suggerita per ora dai commissari - sarà assunta nei prossimi giorni dal Mise (sentito il comitato di Sorveglianza), ma perché la vittoria della prima cordata potrebbe aprire nuovi problemi su Taranto. In particolare, di natura Antitrust. Da tempo, infatti, da Bruxelles hanno fatto sapere che nel caso in cui venissero superati con l'acquisizione dell'Ilva i tetti delle posizioni dominanti nel settore dell'acciaio, all'acquirente verrebbero imposte serie limitazioni: dal taglio della capacità produttiva alle dismissioni. Più che una probabilità per la cordata composta da ArcelorMittal che è il maggior produttore al mondo con una quota di mercato in Europa prossima al 30%. Nel dettaglio Arcelor detiene oggi l'85% della cordata per Ilva, accanto al 15% di Marcegaglia, mentre Intesa avrebbe firmato un accordo per il rilevare il 5-10% dai due alleati.

Ma perché la cordata del big dell'acciaio sarebbe dunque favorita? La classifica è stata definita secondo tre parametri: prezzo, piano industriale, programma di risanamento ambientale. E la Am Investco avrebbe offerto 1,8 miliardi, molto più di AcciaItalia, anche se con meno investimenti. L'altra cordata avrebbe invece messo sul piatto 1,2 miliardi.

Ma oltre alle possibili resistenze di Bruxelles, ci sono altri step da superare. Lo Sviluppo economico, che non a caso ieri ha lasciato trapelare come nessuna decisione sia ancora stata presa circa l'assegnazione dell'Ilva, dovrà infatti emettere un decreto per sancire la scelta.

Dopo scatterà un periodo di 30 giorni per verificare la rispondenza del piano ambientale presentato dall'azienda assegnataria alle indicazioni del ministero dell'Ambiente, che entro l'autunno emetterà un proprio decreto. A quel punto, scatterà l'acquisizione. Se non ci saranno problemi, il via libera di Bruxelles arriverà entro 25 giorni lavorativi dalla notifica. Se il caso dovesse essere più complicato, scatterebbe una seconda fase, che può superare i 100 giorni lavorativi. In tale quadro di incertezza ieri circolava l'ipotesi che, alla fine, le due cordate potrebbero allearsi e trovare una terza soluzione «di mezzo» per Taranto. Intanto il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda ha convocato i sindacati il 30 maggio per «comunicare lo stato di attuazione - si legge in un documento - della procedura relativa alla cessione degli impianti Ilva».