L'Abi: niente aumenti ai bancari

Francesco Micheli, vicepresidente della Confindustria del credito: "Finito il modello di banca opulenta"

Le banche italiane devono mutare pelle per resistere a 155 miliardi di sofferenze e riallinearsi alle abitudini dei risparmiatori, ma l'Abi di Antonio Patuelli e i sindacati non potrebbero essere più distanti su chi debba pagare i costi di questo cambiamento.

«L'Abi sostiene che se in prospettiva si vuole salvaguardare l'occupazione, è necessario un forte sviluppo dei ricavi. Il cost income non può però più essere quello tipicamente italiano, dobbiamo scendere sotto al 50%», mette in chiaro al Giornale Francesco Micheli il quale, oltre a essere vicepresidente dell'associazione, guida le trattative con i sindacati sul rinnovo del contratto nazionale. Il contratto è un passaggio fondamentale perché stabilirà mansioni, orari (e stipendi) dei 300mila bancari italiani, diventando quindi la «dima» da cui prenderanno forma gli istituti di credito del futuro, sempre più multicanali e dediti al commerciale.

La questione è articolata, ma il succo semplicissimo: Palazzo Alfieri non è disposto a concedere alcun aumento in busta paga in cambio del previsto cambio di passo in filiale per iniziare a vendere alla clientela prodotti e servizi che poco hanno a che fare con il denaro: come biglietti aerei e ferroviari, carte telefoniche, servizi immobiliari o consulenza fiscale e amministrativa per i privati o le piccole imprese. Perché i ricavi, plausibilmente ottenibili da questa svolta strategica, sono considerati dalle banche appena sufficienti a mantenere la forza lavoro. In altri termini, in caso contrario, ci saranno ulteriori tagli oltre ai 20mila prepensionamenti già programmati da qui al prossimo 2018 con il fondo esuberi.

Un aut aut inaccettabile per i sindacati che pretendono, invece, di «monetizzare» le nuove professionalità che saranno introdotte dall'impianto: le trattative ufficiali riprenderanno il 28 maggio, quando la Fabi, le «confederali» Fiba-Cisl, Uilca-Uil e Fisac-Cgil, e le altre sigle del settore, porteranno al tavolo dell'Abi la propria proposta di piattaforma, con l'obiettivo minimo di recuperare per intero l'inflazione pregressa, attuale e attesa. «C'è stato per un lungo periodo un modello di banca opulenta in grado, a mio avviso correttamente, di distribuire una parte degli utili prodotti al proprio interno; ma tale condizione oggi non esiste più», puntualizza Micheli, che con sapienza tattica frena anche sull'ipotesi nata in ambito sindacale di congelare l'attuale impianto per un anno, firmando una moratoria: «Tutto dipende dalle condizioni, a partire da quella economica».

Insomma, l'Abi chiede ai bancari di fare un buco alla cintura, anche perché, sebbene le buste paga dei giovani siano ormai abbastanza leggere, il settore deve ancora fare i conti con più di quattro addetti su dieci (per la precisione il 45%) incasellati come «quadri direttivi». Lo stesso Micheli, dopo aver pensionato circa 200 dirigenti, è peraltro fresco di dimissioni dal vertice di Intesa Sanpaolo, dove ha amministrato come direttore operativo 65mila addetti.

Prima di lasciare Ca' de Sass, Micheli ha collaborato sia alla definizione del progetto «Banca cinque», con cui l'ad Carlo Messina si è messo alla ricerca dei clienti «dormienti» sia del più vasto piano di azionariato diffuso per i dipendenti mai realizzato in Italia.

Un punto di incontro con i sindacati sarà trovato anche per il contratto.