L'accusa degli hedge fund: «L'Argentina non negozia»

Meno 30 al default. Ancora un mese, un mese soltanto, e poi l'Argentina dovrà dichiarare bancarotta. Il conto alla rovescia è iniziato ieri, giorno in cui dovevano essere rimborsate le obbligazioni ristrutturate, ovvero quelle nelle mani dei creditori che avevano accettato l'haircut di due terzi sui tango-bond. Un impegno che il Paese sudamericano non ha potuto assolvere in seguito alla sentenza con cui la Corte Usa ha accolto il ricorso degli hedge fund che si erano rifiutati di aderire al concambio. Venerdì scorso, infatti, il giudice di New York, Griesa, aveva ordinato alla Bank of New York Mellon di restituire i 539 milioni di dollari depositati da Buenos Aires per pagare solo chi aveva sottoscritto l'accordo. Per dimostrare la disponibilità a saldare i debiti, l'Argentina ha tra l'altro pubblicato ieri anche su alcuni quotidiani un'intera pagina per ribadire «l'impegno a onorare i propri debiti nei confronti del 100% dei creditori in modo equo, giusto e legale».
Una prova di «buona volontà» che sembra essere andata a segno: alcuni creditori hanno chiesto al giudice di New York una misura di emergenza per poter incassare la cedola che scadeva ieri. Una richiesta non accolta. Tutto dipende da come evolveranno le trattative tra la Casa Rosada e gli hedge fund, definiti «avvoltoi» dalla presidente Cristina de Kirchner. Le premesse non sembrano incoraggianti: il fondo Elliot fondato da Paul Singer ha accusato il governo argentino di «rifiutare ogni negoziato». Lo spread coi T-bond Usa è intanto schizzato a 1.060 punti.