Lagarde: «Ripresa fragile» Ma l'Fmi non ha la cura

Ancora un invito ad accelerare le riforme e a investire in infrastrutture I vincoli di bilancio legano però le mani a molti Paesi dell'eurozona

Rodolfo Parietti Christine Lagarde è un po' come quei medici impeccabili nel fare la diagnosi, ma zoppicanti quando è il momento di indicare la cura. Sull'attuale congiuntura, l'analisi del capo del Fondo monetario internazionale è puntuale, benché già sentita in altre sedi: «La ripresa continua e l'economia globale non è in crisi», ma «rimane troppo lenta, troppo fragile e i rischi per la sua durata sono in aumento», ha spiegato ieri in un intervento a Francoforte che prelude al taglio, la prossima settimana, di quel +3,4% di espansione del Pil globale indicato in gennaio. Perfetto. Le cause? Le solite: la Cina non più ipertrofica, i prezzi delle materie prime sgonfi come palloncini inerti e i timori di strette finanziarie. Se poi la lente si avvicina, si vede una recovery Usa «piatta per il dollaro forte»; un'eurozona appesantita dai bassi investimenti, dall'elevata disoccupazione e da bilanci deboli; e un Giappone alle prese con un'inflazione gelida quanto la ripresa. «La priorità è assicurare la crescita e gettare le fondamenta per un crescita più forte ed equa nel medio termine», sottolinea l'ex ministro francese delle Finanze. Bene. Ma come? La Lagarde riconosce alle banche centrali un ruolo cruciale in un momento così delicato, nonostante la politica monetaria espansiva da sola «non possa essere l'alfa e l'omega della ripresa». Anche perché gli alti livelli di crediti deteriorati, dall'Ue alla Cina, «impediscono gli effetti positivi dati dai tassi negativi». Occorre quindi «accelerare il ritmo delle riforme strutturali», una sorta di leit motiv per il Fondo. Peccato che in alcuni Paesi le riforme si siano tradotte nella più cieca austerità, un cappio al collo che ha finito per alimentare quelle spinte nazionalistiche che per la Lagarde rappresentano «un orientamento tragico, come ci ha dimostrato a più riprese la storia». E se è vero che «la risposta alla realtà di un mondo interconnesso non è la frammentazione. È la cooperazione», è altrettanto vero che l'Europa ha miseramente fallito tutte le volte in cui doveva mostrare un approccio solidaristico: sia quando si è trattato di affrontare le emergenze economiche, sia nella disastrosa gestione dei migranti. Così come l'invito rivolto dalla numero uno del Fmi alle grandi potenze a «investire nelle infrastrutture» per sostenere l'economia, cade nel vuoto di fronte alla più semplice delle domande: «Con quali soldi?», visto che i vincoli di bilancio che Eurolandia si è data impediscono a molti Paesi di agire? Infine, non una parola sulla primazia della finanza sull'economia reale: se non si parte da qui, è inutile fare diagnosi.

Commenti

marygio

Mer, 06/04/2016 - 11:11

questi idioti prendono milioni di stipendio per ripetere a pappagallo sempre le stesse kazzate....ripresa fragile,pericoli.... RIFORME. interessante....ahhhhhhhhhhhhhhhhh