L'America cresce del 2% ma le Borse vanno giù

Insensibili di fronte agli attacchi di Parigi, ieri le Borse non hanno girato la faccia dall'altra parte alla notizia dell'aereo russo abbattuto dalla Turchia. Troppe le incertezze create dalla tensione tra Mosca e Ankara, troppo difficile stabilire quali sviluppi ne potranno scaturire dopo la reazione quasi rabbiosa di Putin (una «pugnalata alle spalle»). È un'altra variabile che si va a incastonare in un quadro già di per sè problematico sotto il profilo geo-politico, mentre la minaccia di nuovi attentati resta seria. E tutto ciò ai mercati non piace, nonostante col passare dei giorni il campo sia stato quasi del tutto sgomberato dagli interrogativi su come si comporterà la Federal Reserve nella riunione del 16 dicembre. La crescita del Pil Usa nel terzo trimestre del 2,1% (+1,5% la prima lettura) appare sufficientemente robusta giustificare un rialzo dei tassi, anche se permane ancora qualche zona d'ombra.Ma alle Borse le notizie rimbalzate dall'America non sono bastate per bloccare l'ondata di vendite che fin dalla tarda mattinata ha colpito tutti i listini. Nulla di drammatico, visto che a fine seduta le perdite sono state tutto sommato contenute (-1,55% Milano, la peggiore in Europa). Un campanello d'allarme è però risuonato, a segnale come l'accumulo di bad news delle ultime settimane stia cominciando a minare la fiducia degli investitori. E a farne le spese, ancora una volta, sono stati quei titoli già fortemente penalizzati in seguito agli attentati terroristici parigini. Ovvero, quelli delle compagnie aeree (-2,3% l'indice di europeo di settore, e ancor peggio Air France, crollata del 3,8%, e Lufthansa, che a Francoforte ha lasciato sul terreno il 4%) e quelli della moda (a Piazza Affari Ferragamo ha ceduto il 4,5%, Tod's il 3,6 e Moncler il 3,5%). Il rovescio della medaglia è nella fiammata improvvisa delle quotazioni del petrolio, cresciute del 3% a New York. Secondo alcuni analisti, si tratta però di una reazione a caldo che non sarà duratura, in quanto nell'area interessata non sono in gioco significativi giacimenti di petrolio.Le chance di una stretta da parte della Fed si stanno intanto irrobustendo, alla luce della robusta crescita di posti di lavoro di ottobre (271mila assunzioni) e della domanda interna, confermata dal +3% dei consumi nel periodo luglio-settembre. Non tutti gli indicatori volgono però al bello. Il dipartimento del Commercio ha per esempio fatto sapere che i profitti delle imprese, al netto delle imposte, sono calati dell'1,6% nel terzo trimestre, dopo il balzo del 2,6% dei tre mesi precedenti. E sempre di ieri sono altri due dati non proprio brillanti: la fiducia dei consumatori è scivolata a 90,4 punti, dai precedenti 99,1, ai minimi da 14 mesi; e l'indice manifatturiero è sceso da -1 a -3 punti.