L'assist di Calenda a Elliott nella guerra per Telecom

L'attacco del fondo Usa segue il pressing del governo col golden power. La partita della rete con Open Fiber

Chi ha attirato l'attenzione della corazzata Elliott su Telecom Italia? I radar di Paul Singer si sono accesi per caso o rispondendo al canto di sirene decise a sistemare una partita strategica per l'Italia? Il fondo attivista americano per sua natura si muove individuando aziende in difficoltà, soci che litigano e non si mettono d'accordo, per poi trarne il massimo vantaggio economico possibile. Oppure investe in società sottostimate per estrarne valore. Tradotto: fare soldi.

Non è stato comunque un blitz: Elliott avrebbe studiato il caso per mesi prima di comprare il 5%, preoccupato del calo delle azioni del gruppo presieduto da Arnaud de Puyfontaine e della sua performance finanziaria da quando Vivendi ha assunto il controllo del cda. Poi lo shopping è stato rivelato dall'agenzia Bloomberg il 5 marzo e il fondo è uscito allo scoperto.

Tra quelli che stanno seguendo la partita sugli spalti, però, c'è chi può trarre vantaggio dall'offensiva di Singer trasformandola in un importante assist per risolvere il contenzioso fra Vivendi e Mediaset. A cominciare dai soggetti che nella battaglia fra la società capitanata da Vincent Bolloré e il Biscione si sono subito schierati con quest'ultimo. «L'Italia non è un Paese dove gli investitori stranieri possono venire a fare scorrerie. Quando arrivano devono spiegare cosa vogliono fare», tuonò il ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, il 15 gennaio 2017 riferendosi alla scalata di Vivendi a Mediaset, che nel giro di pochi giorni aveva portato i francesi da una quota di circa il 3% a quasi il 30% dei diritti di voto del Biscione. Non solo. Elliott vuole splittare la rete di Tim per fonderla con quella di Open Fiber, la società controllata da Enel e Cassa depositi e prestiti per realizzare la banda larga. Un modello Terna per la futura Netco, la newco all'interno della quale è destinata la rete. Mentre il piano di separazione della rete messo a punto dall'ad di Tim, Amos Genish, prevede una separazione della rete in una società comunque controllata al 100% da Tim. E proprio lo scorporo, che con Elliott sarebbe più netto, è uno pallino del ministro Calenda. Che, in attesa di definire il provvedimento sull'eventuale multa per il «golden power», è sceso in pressing con due lettere spedite a Genish per chiedere chiarimenti urgenti sui contratti economici con i fornitori di servizi temendo condizioni al ribasso sempre più dure. Mentre ieri si è concluso con un nulla di fatto l'incontro fra i sindacati e Telecom che ha confermato 6.500 esuberi strutturali e in assenza di un accordo procederà unilateralmente alla cassa integrazione straordinaria.

Nella battaglia fra il Biscione e Vivendi, due anni fa, si era schierato a sorpresa anche l'ad di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina: «Supportiamo Mediaset è importante che le aziende italiane restino italiane» aveva detto il 15 dicembre 2016. Il quale può contare sull'appoggio e sui consigli di due decani della finanza come il presidente emerito, Giovanni Bazoli e il socio di peso (con Cariplo), Giuseppe Guzzetti che è anche il patron delle fondazioni, azioniste di minoranza di Cdp ma con potere di veto. Oggi Intesa si guarda bene dall'intervenire direttamente nel match telefonico fra il fondo di Singer e Vivendi. È assolutamente neutrale. Ma se Bolloré perdesse la campagna d'Italia, ai piani molto alti della banca qualcuno forse brinderebbe.