L'autunno caldo degli ex poteri forti

I casi Intesa e Telecom, con Alitalia e Mps, svelano la scomparsa di strategie e punti di riferimento nelle istituzioni

A un'estate soporifera della finanza segue un autunno bollente: nel giro di pochi giorni sono saltati (quasi) per aria i top manager di Telecom ed Intesa. Mentre il salvataggio di Mps mostra tutta la sua complessità e quello di Alitalia va in alto mare. Così l'agenda della settimana che inizia domani prevede per martedì le dimissioni di Enrico Cucchiani dal vertice della prima banca italiana, giovedì quelle di Franco Bernabé dalla presidenza di Telecom e un burrascoso cda di Alitalia. Mentre da Siena devono partire le risposte alla Ue per avere il via libera al salvataggio di Stato. Che sta succedendo? C'è un filo conduttore?

Certo che c'è e sta nella contemporanea agonia della politica. Ma c'è di più: non è solo l'evanescenza del governo Letta (che segue quella di Monti) a stare in parallelo con il caos di banche e grandi aziende di interesse nazionale. C'è una più generale scomparsa dei punti di riferimento per l'equilibrio del sistema tra economia, banche e istituzioni. Bankitalia, governo e Mediobanca attraversano da tempo una fase di debolezza che rende il sistema incapace di evitare l'esplosione di casi come questi. Dai quali emerge una clamorosa mancanza di una visione strategica da parte della classe dirigente per questo Paese. La debolezza sta prima di tutto negli esecutivi dove, per le cose di economia e finanza, sono spariti i protagonisti politico-finanziari degli ultimi 20 anni, quali Romano Prodi o Giulio Tremonti; mentre la Banca d'Italia, dopo l'era delle forti personalità finita con Fazio, e quella breve di Draghi passato a Francoforte, deve ritrovare una propria centralità, anche calibrata con la nuova governance del governatore non più a vita. Per quanto riguarda Mediobanca, soggetto deputato per più di 60 anni a gestire riassetti e progetti finanziari, in una dialettica anche aspra con il Palazzo, oggi non può più contare su soggetti forti che la sostengano. Per questo ha scelto di smontare lentamente ma inesorabilmente il sistema di partecipazioni e patti di sindacato che la rendeva centrale per il sistema.

Così la vicenda Telecom ci dice che la possibilità di una soluzione di sistema non esiste più e una strategia-Paese sul futuro della rete di tlc non è mai stata nemmeno pensata. Mentre la crisi al vertice di Intesa ci mostra come per la prima banca italiana la gestione delle Fondazioni abbia fallito addirittura la scelta del suo top manager, nominato per un triennio solo lo scorso aprile, meno di cinque mesi fa. In questo quadro è certo ora più difficile pensare sia al futuro di Alitalia, sia a quello del Monte dei Paschi, al bivio tra nazionalizzazione e ingresso di nuovi soci. Non si sa quali.

Commenti

paolonardi

Dom, 29/09/2013 - 11:48

In questo articolo c'è tutta l'anomalia di un paese democratico a parole, ma etero-diretto da soggetti non previsti dalla carta costituzionale (rigorosamente minuscolo) creatisi all'interno di una mentalità statalista a forte impronta dirigista. E' mai possibile che in Italia nessuna realtà di un certo peso possa fallire? Fiat, Alitalia, Olivetti, MPS e numerose consorelle, tutte le aziende diventate poi IRI sono costate agli italiani dei sacrifici enormi per salvare queste realtà dalla incapacità dei suoi dirigenti: Agnelli, Romiti, Cuccia, il "Parito", De Benedetti ecc. Sarebbe costato molto meno indennizzare i danneggiati, ma questa logica non e' patrimonio dei nostri sinistri.

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woman

Dom, 29/09/2013 - 12:25

Nazionalizzazioni ... questa è la strategia, altro che mancanza di disegno a lungo termine!