Il lavoro Usa dà la «carica» alle Borse

Creati 255mila posti: Wall Street ai massimi, a Milano (+2,4%) corrono le banche

Rodolfo Parietti

È un doppio assist quello che il dipartimento al Lavoro Usa ha servito ieri, scodellando i 255mila nuovi posti creati in luglio. Roba forte, da far strabuzzare gli occhi agli analisti che avevano scommesso su 179mila new jobs. Per le Borse, una sorta di Prozac con tanto di record storici battezzati a Wall Street dal Nasdaq e dallo Standard&Poor's, con l'Europa in buon rialzo e con le nostre banche ridestate a Piazza Affari (+2,40%) dallo stato comatoso in cui versano da settimane. Robusti, infatti, i guadagni: Unicredit è salita del 6%, Intesa del 4,4%, Bper del 13% e Bpm del 3,67%. Unica macchia, Mps (-1,58%).

Ma i dati sull'occupazione sono anche un endorsement - involontario, per carità - alla campagna per le presidenziali della candidata Hillary Clinton, che ora potrà confutare le teorie del ruvido Donald Trump su un'America alle corde, stanca e resa indolente dai troppi sussidi. In effetti, c'è di che stupirsi della ritrovata vitalità del mercato del lavoro, di un siffatto colpo di reni nel corpo di un Paese capace di mettere insieme nel primo semestre una crescita di appena lo 0,8% tra gennaio e marzo e dell'1,2% (contro stime di un più 2,6%) nel periodo aprile-giugno. Avvicinandosi le elezioni novembrine, luglio sembra offrire un caleidoscopio di colori capace di annullare ombre, timori recessivi, Brexit e pericoli orientali assortiti.

Sarà vero? A fine mese, in quel di Jackson Hole, la numero uno di Eccles Building, Janet Yellen, sarà il direttore d'orchestra dell'abituale meeting dei banchieri centrali tra le montagne del Wyoming. Dopo aver disertato lo scorso anno il simposio a causa delle turbolenze sui mercati innescate dalla frenata cinese, l'intervento del successore di Ben Bernanke è particolarmente atteso perché può essere l'occasione, dopo le consuete dichiarazioni dissonanti offerte da alcuni dei governatori, per far chiarezza su quando e in che modo la Fed intende muoversi nei prossimi mesi. Tutto pare però già scritto. Il dato di ieri sull'occupazione, unito alla crescita superiore al previsto delle paghe orarie, lascia aperto uno spiraglio alla possibilità di un rialzo dei tassi, ma non prima di dicembre. Le chance di una stretta in settembre sono più o meno le stesse che ha il Leicester di rivincere la Premier: zero. E anche in ottobre, mese a ridosso del voto, la Fed dovrebbe conservare un profilo prudente tenendo le mani lontane dalle leve monetarie. Una stretta, infatti, potrebbe in qualche modo essere considerata un elemento di disturbo in vista delle votazioni.

Resta però sul tavolo anche la possibilità che l'anno si concluda con un nulla di fatto. Solo una seconda parte dell'anno scoppiettante giustificherebbe un rialzo del costo del denaro. E l'andamento degli ordini di beni durevoli della scorsa settimana fa pensare che il miracolo non ci sarà. Del resto, guardandolo in controluce, il mercato del lavoro non è proprio rose e fiori. Ancora 7,8 milioni di americani sono senza un impiego (4,9% il tasso di disoccupazione, invariato rispetto a giugno), la partecipazione alla forza lavoro è al 62,8%, vicino al minimo dell'ottobre 1977, quasi 600mila persone non hanno neppure provato in luglio a cercare uno straccio di lavoro perché scoraggiate e il part-time continua a scandire la vita di quasi sei milioni di persone, a segnalare una situazione non proprio di piena occupazione.